Omicidio Diabolik: il caso delle intercettazioni di Bennato

11/05/2026

Il complesso mosaico investigativo legato alla morte di Fabrizio Piscitelli continua a presentare tessere di difficile collocazione, specialmente dopo la recente sentenza della Corte d’assise d’appello che ha ribaltato il giudizio di primo grado. Al centro delle cronache giudiziarie rimangono le conversazioni captate dagli inquirenti nel 2021, quando Enrico Bennato, durante un dialogo privato, si lasciò andare a rivelazioni pesanti riguardo alla figura di Raul Esteban Calderon. In quell’occasione, il fratello di Leandro Bennato descrisse l’azione omicidiaria con estrema crudezza, ricordando come la vittima fosse seduta su una panchina quando venne raggiunta da uno sparo alle spalle. Durante quel colloquio, l’uomo non utilizzò mezzi termini per indicare il presunto esecutore materiale dell’agguato al Parco degli Acquedotti, affermando testualmente: «Ha ammazzato Diabolik».

Queste dichiarazioni erano state inizialmente considerate un pilastro indiziario importante. Nella sentenza di primo grado emessa nel marzo 2025, i giudici avevano sottolineato il valore di tali confidenze, spiegando che «se tali dichiarazioni etero-accusatorie, singolarmente valutate, non sono in grado di resistere ad un vaglio critico di attendibilità, esse – se valutate congiuntamente agli altri elementi indiziari acquisiti – non solo non inficiano la ricostruzione che la Corte ha operato sulla base di autonomi elementi di prova, ma finiscono per rafforzarla». Secondo quella ricostruzione, era ritenuto altamente probabile che Enrico Bennato avesse attinto tali informazioni direttamente dal proprio contesto familiare, in particolare dal fratello Leandro, sospettato di aver avuto un ruolo di mandante insieme a Giuseppe Molisso. Eppure, nonostante la forza di tali parole, il giudizio di secondo grado ha scagionato l’argentino per non aver commesso il fatto, lasciando aperto un interrogativo profondo sul peso delle prove raccolte.

Il panorama degli indizi non si esaurisce però nelle sole intercettazioni. Agli atti dell’inchiesta figurano infatti i tabulati telefonici di Leandro Bennato, che ne tracciano i movimenti verso l’abitazione di Calderon proprio nel giorno del delitto, e i dettagliati piani di fuga orchestrati dal carcere. Emerge infatti il progetto di un’evasione spettacolare mediante l’utilizzo di un elicottero, mezzo che sarebbe servito prima per liberare lo stesso Bennato e successivamente per facilitare la fuga di Calderon. A questo scenario si aggiungono gli episodi di violenza avvenuti all’interno del penitenziario di Rebibbia, dove l’argentino subì un brutale pestaggio da parte di un gruppo di detenuti albanesi legati a Piscitelli. Le telecamere di sorveglianza registrarono l’aggressione avvenuta presso il campo sportivo, durante la quale l’uomo venne circondato e colpito ripetutamente. Un ispettore della polizia penitenziaria ha riferito in aula che, esaminando i video, «si può vedere che fra le 9.13 e le 9.16 Calderon subiva due aggressioni da parte di tre detenuti», in quello che appariva come un chiaro tentativo di vendetta trasversale. Nonostante il silenzio degli interessati, le collaborazioni con la giustizia di altri esponenti criminali hanno gettato ulteriore luce sulle tensioni tra i clan, alimentando il sospetto che la morte del Diablo sia stata l’origine di una scia di sangue e ritorsioni ancora non del tutto sanata.

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