
L’assoluzione di Calderon getta nuove ombre sull’omicidio di Diabolik
La complessa trama che avvolge l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, meglio noto come Diabolik, si arricchisce di un capitolo inatteso che sembra riscrivere, almeno temporaneamente, la storia criminale della Capitale. La recente decisione della Corte d’assise di appello di Roma, che ha assolto Raul Esteban Calderon per non aver commesso il fatto, rappresenta un terremoto giudiziario che cancella la condanna all’ergastolo inflitta in primo grado. Questo verdetto ha innescato reazioni contrastanti tra chi, dalle celle del regime di carcere duro o dai luoghi di una latitanza dorata, osserva con un misto di derisione e sollievo il crollo di un impianto probatorio che sembrava granitico. La figura dell’argentino, indicato inizialmente come il sicario che nel pomeriggio del sette agosto 2019 ha freddato il capo ultrà della Lazio con un colpo alla nuca nel parco degli Acquedotti, esce di scena lasciando un vuoto investigativo che riapre ferite mai del tutto rimarginate. Nonostante una mole imponente di intercettazioni, chat criptate e dichiarazioni di collaboratori di giustizia del calibro dei fratelli Capogna, il quadro raccolto nelle fasi embrionali delle indagini non è stato ritenuto sufficientemente convincente dai giudici di secondo grado. E dire che, secondo le ricostruzioni, “Diablo” quel fatidico giorno sarebbe stato accompagnato dalla sua guardia del corpo, anche lui cubano come Calderon: un testimone fondamentale per individuare almeno l’esecutore materiale del delitto. Ma evidentemente, non si è riusciti a certificare la presenza del bodyguard, nè quindi a ricavare da lui dettagli precisi per inchiodare il killer. Resta quindi il mistero, sui mandanti e sull’esecutore.
Le inchieste condotte negli anni hanno delineato il profilo di una grande famiglia criminale un tempo compatta sotto l’egida di Michele Senese, ma progressivamente sgretolata da ambizioni personali e conflitti di potere. Piscitelli, descritto come un narcotrafficante irrequieto, avrebbe manifestato segnali di insofferenza verso i vertici molto prima della sua esecuzione. Un episodio emblematico riportato dagli atti riguarda la sua reazione stizzita di fronte a un debitore che cercava protezione sotto il nome dei Senese, con Diabolik che rispondeva sprezzante: «E sti c…. digli ad Angelo che si porta dietro un problema». Tale atteggiamento di sfida, unito all’organizzazione autonoma di incontri per stabilire tregue mafiose a Ostia e alla creazione di canali diretti per il traffico di cocaina con gruppi albanesi, avrebbe sancito una scissione insanabile con le braccia operative del clan, identificate in Giuseppe Molisso e Leandro Bennato. Proprio Bennato e Molisso, attualmente detenuti, sono considerati coloro che hanno ereditato il controllo del mercato degli stupefacenti dopo la scomparsa di Piscitelli.
L’assenza di rappresaglie immediate dopo il delitto, avvenuto in un territorio storicamente controllato da Senese, ha alimentato il sospetto che l’omicidio avesse ricevuto un avallo dall’alto. Come dichiarato in un’intercettazione dal genero di Piscitelli, Daniele Gatta: «Dentro il territorio suo è successo quel che è successo». La successiva frammentazione del gruppo dei fedeli di Diabolik, accelerata da operazioni di polizia come Grande Raccordo Criminale, ha permesso ai rivali e agli alleati albanesi di riorganizzarsi e consolidare le proprie posizioni. In questo scenario, le parole dei pentiti avevano offerto dettagli preziosi su un mondo dove gli equilibri saltano a colpi di pistola, eppure la sentenza di appello ha messo in discussione la connessione diretta tra Calderon e l’esecuzione materiale del delitto. Ora si apre una finestra di novanta giorni per conoscere le motivazioni dei giudici, ma la Procura generale sembra già orientata verso il ricorso in Cassazione. Gli inquirenti avevano infatti insistito non solo per la condanna, ma anche per il riconoscimento del metodo mafioso, basandosi su nuovi elementi telematici che collocherebbero Bennato e Calderon insieme nei pressi di via Lemonia durante l’omicidio. Se la Suprema Corte dovesse annullare l’assoluzione, si tornerebbe a discutere in un nuovo processo di quei dati tecnici che, secondo l’accusa, confermano che i telefoni dei due sospettati erano agganciati alla medesima cella telefonica in quegli istanti fatali. In attesa del prossimo atto, l’enigma della morte di Diabolik resta sospeso nel cuore di una città che non smette di contare i suoi protagonisti caduti.
M.M