
Omicidio Diabolik, sentenza di appello choc: assolto il presunto killer
L’atmosfera all’interno della città giudiziaria di Roma si è fatta improvvisamente pesante quando la Corte d’assise d’appello ha pronunciato il verdetto che nessuno si aspettava, o che almeno pochi osavano ipotizzare dopo il primo grado di giudizio. Raul Esteban Calderon, l’uomo di origini argentine indicato per anni come il sicario che ha posto fine alla vita di Fabrizio Piscitelli, è stato assolto «forse inaspettatamente» per non aver commesso il fatto. La decisione dei giudici è giunta dopo una camera di consiglio durata poco più di tre ore, un tempo relativamente breve per un caso di tale complessità mediatica e criminale. Il verdetto ribalta completamente la sentenza precedente che aveva condannato l’uomo all’ergastolo, basandosi anche su quel filmato ormai celebre in cui un killer vestito da runner si avvicina alla panchina del parco degli Acquedotti per sparare alla nuca dello storico capo ultrà della Lazio, noto come Diabolik.
In aula la tensione è esplosa nel dolore dei familiari della vittima. La madre e la sorella di Piscitelli hanno accolto la lettura del dispositivo come un duro colpo, lasciandosi andare a un pianto silenzioso prima di cercare rifugio lontano dagli sguardi dei presenti. Al contrario, Calderon ha assistito alla scena in silenzio, collegato in video dal carcere di Cagliari dove rimane comunque detenuto per altre vicende giudiziarie, tra cui il tentato duplice omicidio dei fratelli Costantino. La difesa, rappresentata dai legali Gian Domenico Caiazza ed Eleonora Nicla Moiraghi, ha invece manifestato una calma assoluta: «Ce lo aspettavamo, eravamo certi della fondatezza delle nostre ragioni. È un processo in cui non c’era nessuna prova che coinvolgesse Calderon. Quindi questa è la conclusione giusta, l’unica possibile alla luce delle prove in atti». Secondo gli avvocati, il verdetto di primo grado era da considerarsi clamoroso proprio per la carenza di elementi probatori solidi e la sentenza d’appello avrebbe semplicemente «ristabilito quella che doveva essere la conclusione logica e naturale di questo processo».
Eppure, la Procura e la Direzione Distrettuale Antimafia avevano puntato tutto su una ricostruzione che vedeva Calderon come un sicario spietato inserito nelle dinamiche della malavita romana. I magistrati avevano chiesto la conferma del carcere a vita e il riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso, sottolineando come il delitto fosse maturato in un clima di forti contrapposizioni tra gruppi criminali rivali. Il pubblico ministero Francesco Cascini aveva ribadito nelle sue repliche che la figura dell’argentino come uomo pronto a uccidere per denaro emergeva da diversi atti processuali e dalle testimonianze dei collaboratori di giustizia. Questi ultimi avevano descritto Calderon come un soggetto legato a figure di spicco della criminalità, identificandolo con soprannomi come «lo straniero» o «l’amico nostro». Anche se in altri procedimenti, come l’omicidio di Selavdi Shehaj, la colpevolezza dell’argentino era stata confermata, per il caso Piscitelli i giudici d’appello hanno ritenuto che le prove non fossero sufficienti a certificarne la responsabilità.
Il movente ricostruito dagli inquirenti ruotava attorno a un debito di droga di circa 300mila euro che Alessandro Capriotti avrebbe avuto nei confronti di Diabolik. Secondo questa tesi, Piscitelli avrebbe rifiutato un orologio di lusso come acconto, pretendendo il saldo in contanti. Tale rifiuto avrebbe indotto i mandanti a pianificare l’eliminazione del capo ultrà, ottenendo il benestare dei vertici della malavita locale che consideravano Piscitelli ormai poco riconoscente e troppo autonomo nelle proprie azioni. La ricostruzione accusatoria vedeva in Calderon il braccio armato ingaggiato proprio per eseguire questa sentenza di morte in una zona considerata strategica per gli equilibri criminali della Capitale. Tuttavia, con la sentenza di ieri, l’intera impalcatura accusatoria crolla nel suo pilastro fondamentale: l’esecutore materiale. Per comprendere quali siano state le lacune probatorie o le incongruenze che hanno spinto i giudici d’appello verso l’assoluzione, bisognerà ora attendere il deposito delle motivazioni previsto tra novanta giorni. Nel frattempo, l’omicidio di Diabolik al Parco degli Acquedotti torna a essere, almeno legalmente, un delitto senza un colpevole certo.