Hormuz: l’Italia pronta a schierare la Marina Militare per sminare lo stretto

24/04/2026

L’Italia conferma il suo ruolo di primo piano negli equilibri geopolitici internazionali, mostrandosi pronta a intervenire anche in uno dei quadranti più caldi e delicati del globo: il Golfo Persico. Il recente colloquio telefonico tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il suo omologo iraniano Abbas Araghchi ha ribadito la volontà di Roma di porsi come ponte diplomatico nei difficili negoziati tra Teheran e Washington. In questo contesto, il titolare della Farnesina ha sottolineato con forza «l’importanza della libertà di circolazione a Hormuz», ponendo l’accento su un corridoio marittimo dal quale transita una quota vitale dell’approvvigionamento energetico mondiale. La stabilità dello stretto non è solo una questione di sicurezza regionale, ma un pilastro della stabilità economica globale, e per questo la Marina Militare italiana si prepara a giocare una partita da protagonista assoluta con l’invio delle proprie unità navali.

L’eventuale missione, che per il momento resta oggetto di serrati confronti tra i governi e le forze armate, vedrebbe l’Italia in prima linea non appena si concretizzeranno le condizioni per una tregua o un’intesa sul transito navale. Il capo di Stato maggiore della Marina, Giuseppe Berutti Bergotto, ha recentemente delineato i contorni di questo possibile impegno, ipotizzando il dispiegamento di almeno quattro unità principali: due cacciamine, una nave di scorta e una nave logistica, identificata con ogni probabilità nel rifornitore Vulcano. A queste unità potrebbe aggiungersi una fregata o un cacciatorpediniere specializzato nella difesa missilistica, per garantire una protezione a tutto tondo del contingente. L’Italia vanta infatti una delle flotte più specializzate al mondo per la bonifica dei fondali, grazie alle unità delle classi Lerici e Gaeta che hanno già maturato una vasta esperienza operativa.

Proprio le caratteristiche tecniche di queste imbarcazioni rappresentano un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale. I cacciamine italiani sono realizzati in vetroresina, nota tecnicamente come Fibre Reinforced Plastics, un materiale che garantisce due vantaggi fondamentali nelle operazioni di sminamento: un’elevata resistenza agli urti e, soprattutto, la proprietà di essere amagnetica. Questa caratteristica permette alle navi di navigare in acque minate senza innescare quegli ordigni che reagiscono alle variazioni del campo magnetico, un fattore che risulterà decisivo nelle insidiose correnti di Hormuz. Gli equipaggi, già rodati da anni di addestramento, sono inoltre esperti nell’impiego di sofisticati mezzi a pilotaggio remoto per l’individuazione e la neutralizzazione delle minacce subacquee.

La sfida che attende i marinai italiani non riguarda però soltanto la presenza di mine. Il Golfo Persico è un ambiente ostile dove la minaccia può arrivare dalle coste, trasformate dai Pasdaran in un complesso sistema di nascondigli per lanciarazzi, droni e motoscafi veloci pronti all’attacco. L’esperienza maturata dalla Marina Militare nelle missioni Aspides nel Mar Rosso e Atalanta nell’Oceano Indiano costituisce un bagaglio fondamentale per gestire simili scenari. Tuttavia, la linea del governo è improntata alla massima cautela: nessuna unità verrà inviata nell’area se non in una condizione di dichiarata «non conflittualità», per garantire che l’intervento mantenga la sua natura di messa in sicurezza.

L’obiettivo strategico dell’esecutivo, condiviso dal ministro della Difesa Guido Crosetto, è quello di inserire l’operazione sotto l’egida delle Nazioni Unite, coinvolgendo una coalizione di paesi volenterosi come Francia, Regno Unito, Belgio e Paesi Bassi. Sebbene i tempi di trasferimento per raggiungere lo stretto siano stimati in circa due o tre settimane, la durata complessiva della missione si preannuncia lunga. Il Pentagono ha ipotizzato un periodo di almeno sei mesi solo per le operazioni di bonifica, una stima che molti esperti considerano persino ottimistica data la complessità dei fondali e la vastità dell’area da monitorare. Roma si conferma dunque un attore centrale, capace di coniugare diplomazia e capacità militare per la tutela della libertà di navigazione.

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