
Disoccupazione, l’Italia fa meglio di tutte le grandi nazioni europee e scende al 5,1%
I dati macroeconomici più recenti delineano uno scenario di forte cambiamento per il mercato del lavoro italiano, posizionando la penisola in cima alla classifica dell’occupazione tra le grandi potenze continentali. Secondo le ultime rilevazioni storiche fornite ufficialmente dall’Eurostat e pubblicate all’inizio del mese corrente, l’Italia rappresenta la nazione dell’Unione Europea di maggiori dimensioni demografiche ed economiche ad aver ridotto in modo più netto e marcato il proprio tasso di disoccupazione nel periodo compreso tra l’aprile dello scorso anno e lo stesso mese dell’anno in corso, evidenziando una contrazione complessiva pari a un punto percentuale pieno. In questo ristretto arco temporale di 12 mesi, l’indice della disoccupazione nazionale, che aveva già mostrato segnali di progressivo miglioramento nei periodi precedenti, è sceso ulteriormente dal precedente 6,1% fino a toccare un minimo storico del 5,1%, attestandosi di fatto come uno dei parametri più virtuosi all’interno dell’intero panorama comunitario.
Nonostante la portata della notizia, si rileva come questi dati non abbiano trovato il consueto spazio d’onore nel dibattito pubblico e nell’informazione nazionale, un fenomeno che gli analisti interpretano alla luce della tendenza mediatica a dare risalto soprattutto alle criticità, laddove un riscontro negativo avrebbe con ogni probabilità conquistato le prime pagine dei quotidiani. Si tratta invece di numeri di fondamentale importanza per comprendere lo stato di salute dell’economia reale, di cui la cittadinanza dovrebbe essere pienamente consapevole. Esaminando le cifre assolute nel dettaglio, il numero complessivo dei cittadini senza un’occupazione in Italia è sceso a quota 1 milione e 310mila unità, un livello che risulta essere circa la metà rispetto a quello registrato in Francia, dove si contano due milioni e 632mila disoccupati, e in Spagna, che ne registra 2 milioni e 588mila. Il dato italiano appare decisamente favorevole anche nel confronto diretto con la Germania, superando in positivo la locomotiva tedesca di oltre 300mila unità stabili.
Facendo un bilancio su scala continentale, performance migliori rispetto a quella della penisola si riscontrano esclusivamente in due realtà territoriali di dimensioni ridotte, quali l’Estonia e Cipro. Al contrario, l’evoluzione del mercato del lavoro nei principali partner europei ha mostrato segnali di evidente appesantimento, con il tasso di disoccupazione che è salito in Germania, Austria, Olanda, Belgio, Danimarca, Irlanda, Romania, Cechia, Ungheria, Slovacchia e Grecia, toccando picchi di incremento significativi in Francia e in Finlandia. Dinamiche di segno opposto, sebbene confinate a variazioni perlopiù marginali, si sono verificate soltanto in una manciata di altri territori come Polonia, Svezia, Spagna, Portogallo, Croazia e Bulgaria. L’attuale situazione italiana si dimostra stabilmente più solida rispetto a quella di altre grandi economie dell’area latina come la Francia e la Spagna, superando nettamente anche le storiche performance dei paesi scandinavi, tra cui Danimarca, Svezia e Finlandia, oltre a quella della vicina repubblica austriaca.
Un capitolo di assoluto rilievo riguarda la componente giovanile, un segmento che storicamente ha sempre rappresentato un elemento di forte criticità per la stabilità sociale del Paese. Le statistiche europee certificano che la disoccupazione tra gli under 25 in Italia è crollata dal 20,3% per cento al 16,9% in un solo anno. Questo calo, pari al 3,4%, costituisce la contrazione più vigorosa e repentina rilevata all’interno dell’Unione Europea, a fronte di contesti internazionali in cui la disoccupazione dei giovani è aumentata o è scesa solo in modo lieve, mantenendo valori sensibilmente più elevati. In termini assoluti, i giovani italiani in cerca di un impiego sono diminuiti di 63mila unità nell’ultimo anno, scendendo a un totale complessivo di 208mila persone, una cifra che equivale a meno della metà del dato spagnolo e a meno di un terzo di quello francese. Alla luce di queste rilevazioni, pur considerando le storiche e persistenti difficoltà strutturali che caratterizzano le regioni del Mezzogiorno, l’Italia si colloca oggi a poco più di un punto percentuale di distanza dalla Germania, un traguardo che rappresenta un’evoluzione di enorme portata per la storia economica recente e che merita di essere pienamente valorizzata e divulgata.