
Roma, picchiava la figlia che non voleva mettere il burqa: condannata
Per una giovane di origini bengalesi, oggi maggiorenne, la fine di un incubo durato quasi due anni è iniziata proprio tra i banchi di scuola, grazie a un tema di italiano. Tra marzo 2020 e novembre 2021, la sua esistenza era stata scandita da privazioni, violenze fisiche e un isolamento forzato volto a piegare la sua volontà alle rigide tradizioni religiose e culturali della famiglia d’origine. Nella giornata di ieri, il Tribunale di Roma ha pronunciato una sentenza significativa, condannando la madre della giovane a due anni di reclusione per il reato di maltrattamenti, mentre il padre è stato assolto. Entrambi i genitori sono stati inoltre prosciolti dall’imputazione di tentata induzione al matrimonio, poiché il progetto di darla in sposa a un parente lontano in Bangladesh non ha trovato riscontri probatori sufficienti durante il dibattimento.
La vicenda ha iniziato a emergere quando una professoressa, correggendo i compiti della classe, si è imbattuta in uno scritto in cui la studentessa, all’epoca appena quattordicenne, trovava finalmente il coraggio di descrivere la propria prigione domestica. Quelli che sembravano piccoli segnali di disagio si sono rivelati essere la punta di un iceberg fatto di sopraffazioni quotidiane. La docente, comprendendo immediatamente la gravità della situazione, ha allertato il dirigente scolastico e le forze dell’ordine, dando il via a un’indagine che ha scoperchiato un sistema di coercizione violenta. Le carte processuali restituiscono dettagli crudi sulla furia materna che si scatenava ogni volta che la ragazza cercava di rivendicare un briciolo di autonomia o si opponeva ai dettami imposti. In un episodio particolarmente brutale, la giovane è stata colpita con «schiaffi, pugni, calci e una scopa, tanto da farle sanguinare la bocca», un atto di violenza scaturito dalla pretesa che la figlia si sottomettesse a uno stile di vita che non sentiva suo.
Il punto di rottura definitivo è avvenuto quando la minore si è rifiutata di indossare un burqa acquistato appositamente per lei. Per la madre, quel rifiuto rappresentava un affronto intollerabile all’autorità familiare e alle tradizioni. La reazione è stata fulminea e spietata: la ragazza è stata «schiaffeggiata, facendola cadere a terra e sbattere la testa sull’armadio», riportando un trauma cranico con una prognosi di quindici giorni documentata dai sanitari del pronto soccorso. Al di là degli scatti d’ira improvvisi, la vita della giovane era una sequenza di doveri servili. Secondo la visione dell’imputata, la figlia doveva necessariamente «rispondere alle regole culturali e religiose» che le venivano imposte, il che si traduceva nell’obbligo di «provvedere ai bisogni di tutti i familiari», occupandosi della cucina, delle pulizie e della cura della sorella più piccola, quasi fosse una collaboratrice domestica senza diritti.
Le restrizioni non si fermavano alle mura di casa, ma colpivano anche la sfera privata e relazionale. Alla ragazza veniva impedito di frequentare i coetanei e il suo telefono cellulare era costantemente requisito affinché la madre potesse controllare e approvare ogni singola conversazione, nel tentativo di recidere ogni legame con il mondo esterno che potesse influenzarla negativamente rispetto ai valori familiari. Durante il processo, molti ex compagni di classe sono stati chiamati a testimoniare, confermando il clima di oppressione in cui la vittima era costretta a vivere. La giovane si è costituita parte civile, supportata anche dall’associazione Insieme per Marianna, decisa a lasciarsi alle spalle quegli anni di sofferenza.
Nonostante le scuse presentate dai genitori attraverso dichiarazioni spontanee poco prima della sentenza, in cui ammettevano di aver sbagliato approccio, i giudici hanno ritenuto accertata la responsabilità penale della madre per i maltrattamenti sistematici. Il pubblico ministero Attilio Pisani aveva chiesto una condanna a due anni e mezzo per entrambi i coniugi, ma il tribunale ha optato per una distinzione di responsabilità, assolvendo il padre per non aver preso parte attiva alle violenze. Resta l’amarezza per un’infanzia negata, ma anche la consapevolezza che il sistema scolastico può rappresentare l’ultimo baluardo di salvezza per chi non ha voce tra le mura di casa.
M.M.