Roma perde la sede dell’Agenzia doganale europea: vince Lille

26/03/2026

Esistono competizioni sportive o istituzionali che si possono accettare di perdere con serenità, riconoscendo magari la superiorità di un avversario più preparato o accettando che la sorte abbia giocato un ruolo determinante. Tuttavia, vi sono casi in cui la sconfitta assume un sapore amaro e ingiusto, non perché manchino le qualità, ma perché il verdetto sembra rispondere a logiche diverse dal merito oggettivo. È esattamente quanto accaduto nella sfida per ospitare la sede della nuova Agenzia doganale europea, meglio nota come Euca, che ha visto la città di Roma uscire sconfitta a favore della francese Lille. Analizzando i dossier tecnici, appare chiaro che la Capitale italiana non avesse rivali in termini di infrastrutture, attrattività e logistica, eppure si è trovata a soccombere davanti a una decisione che appare squisitamente politica.

Il progetto presentato per Roma era considerato da molti osservatori indipendenti come il luogo naturale per la nascita di una simile autorità. La vicinanza strategica all’aeroporto di Fiumicino rappresentava un punto di forza insuperabile, trattandosi di uno scalo globale capace di muovere oltre 50 milioni di passeggeri ogni anno e di garantire collegamenti diretti con ogni angolo del pianeta. Oltre alla logistica, Roma offriva un ecosistema internazionale unico al mondo, ospitando già giganti come la Fao e il World Food Programme, e vantando la particolarità delle tre ambasciate per ogni nazione rappresentata. A questo si aggiungeva l’eccellenza accademica, con l’Università Sapienza recentemente confermata ai vertici delle classifiche mondiali per le facoltà umanistiche, e una rete di dodici scuole internazionali pronte ad accogliere le famiglie dei cinquecento funzionari previsti.

Le condizioni economiche dell’offerta italiana erano altrettanto imbattibili. Gli uffici sarebbero stati ospitati in un prestigioso complesso modernista nel quartiere dell’Eur, messo a disposizione in comodato d’uso gratuito a tempo indeterminato. Lo Stato italiano si era impegnato a farsi carico di ogni spesa, dall’arredamento alla manutenzione ordinaria e straordinaria, fino alle utenze. Al contrario, la città vincitrice ha offerto di coprire tali costi solo per i primi 9 anni, lasciando intendere che successivamente l’onere ricadrà sulle tasche dei contribuenti europei. Nonostante queste evidenti disparità di trattamento economico e qualitativo, la scelta è ricaduta su Lille, confermando una tendenza che vede le grandi nazioni come Francia e Germania determinare la geografia delle istituzioni comunitarie a proprio piacimento, escludendo sistematicamente l’Italia e i paesi dell’est europeo.

Questa esclusione perpetua uno squilibrio istituzionale che vede Roma come l’unica grande capitale europea, fatta eccezione per Berlino che vive dinamiche diverse, a non ospitare alcuna autorità di rilievo dell’Unione. È un film già visto con la candidatura per l’autorità anti riciclaggio, finita a Francoforte nonostante la solidità del dossier romano. In questo contesto di spartizioni intergovernative, risuonano con forza le parole di Dirk Gotink, relatore del Parlamento europeo per la riforma doganale, che ha espresso una visione critica su questo accentramento geografico. Gotink ha infatti dichiarato: «Penso che in futuro l’Europa dovrebbe tenere presente che il suo centro non è un’area con un raggio di 300 chilometri tra Amsterdam, Francoforte e Lille. L’Europa in realtà si estende per 2.000 chilometri, ed è importante che anche le altre regioni e aree del continente si sentano connesse e rappresentate. Ancora più importante, è fondamentale che esse contribuiscano con le loro competenze e la loro eccellenza a rendere l’Europa più forte».

Ignorare queste riflessioni significa indebolire l’idea stessa di un’Europa dei popoli e del merito, favorendo invece un’immagine di istituzioni arroccate in un triangolo di potere ristretto. Scegliere Roma non sarebbe stato solo un riconoscimento alla città, ma un segnale di apertura e di valorizzazione delle competenze mediterranee in un settore delicato come quello doganale. Resta dunque il rammarico per un’opportunità sprecata e per una stortura istituzionale che, lungi dal venire corretta, sembra consolidarsi ogni volta che sul tavolo finiscono partite di questo rilievo. La Capitale paga ancora una volta la fragilità diplomatica di un sistema che non riesce a imporre la propria eccellenza tecnica contro le logiche di spartizione dei partner storici del continente.

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