Hormuz, la complessa via della pace per la ripresa del traffico marittimo

17/06/2026

Il percorso verso la stabilità nel Golfo Persico si preannuncia straordinariamente complesso e richiederà tempistiche decisamente dilatate prima di poter registrare un effettivo ritorno alle condizioni precedenti al conflitto. Il ripristino della normalità non è ostacolato soltanto dalle delicate e pericolose operazioni di sminamento delle acque, ma anche da nodi politici ed economici ancora tutti da sciogliere, come la controversa questione dei servizi tecnici obbligatori che Teheran vorrebbe introdurre e che molti osservatori interpretano come un pedaggio camuffato per il transito delle imbarcazioni commerciali. In questo scenario d’incertezza, la priorità assoluta per la comunità internazionale e per le compagnie di navigazione rimane la messa in sicurezza e l’evacuazione dei circa 20mila marittimi che si trovano ancora oggi bloccati a bordo di 500 navi ferme nella regione. Si tratta di personale stremato che per oltre quattro mesi ha vissuto in condizioni di costante pericolo, esposto al rischio quotidiano di urtare le mine magnetiche posate dagli iraniani e testimone diretto di momenti drammatici, come la pioggia di detriti di droni abbattuti sulle lamiere dei ponti più alti delle imbarcazioni.

Mentre le società armatrici stanno predisponendo i piani logistici per inviare nuovi equipaggi nei primi porti sicuri e dare finalmente il cambio ai lavoratori, i sistemi di monitoraggio marittimo registrano al momento solo minimi spostamenti. I comandanti delle navi cercano di posizionarsi nel modo più favorevole possibile in attesa della ratifica ufficiale dell’accordo, ma la mancanza di informazioni precise e certificate riguardo alle rotte realmente sicure rappresenta una pesante incognita. Non è infatti ancora chiaro se le mine siano state collocate esclusivamente a ridosso delle coste dell’Iran o se la minaccia si estenda anche in mare aperto. Rispetto alle velleità europee di intervenire direttamente nelle operazioni di bonifica, il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani, ha espresso un parere decisamente critico: « A me sembra prematura, inutile il tentativo di mostrare una bandierina in una crisis in cui gli europei non hanno avuto nessuna influenza e non hanno toccato palla se non rifiutando l’invito di Trump a partecipare a una guerra che si è rivelata fallimentare sia per gli Stati Uniti che per Israele. » Secondo l’esperto, l’imminente intesa sancisce che lo Stretto di Hormuz ricadrà sotto la piena sovranità di Teheran e dell’Oman, i quali possiedono tutte le capacità tecniche necessarie per gestire le operazioni senza bisogno di aiuti esterni.

Nonostante i dubbi operativi, i mercati e le diplomazie guardano con speranza alle indiscrezioni diffuse dall’emittente Al Arabiya riguardo ai dettagli del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran che dovrebbe essere firmato a Lucerna. Il documento prevedrebbe la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello libanese, la revoca del blocco navale americano e il progressivo ripristino del traffico marittimo civile entro 30 giorni, tenendo conto dei tempi tecnici necessari a bonificare i canali di transito. Nel frattempo, l’Organizzazione Internazionale della Navigazione continua a monitorare la situazione da Londra, mentre una trentina di nazioni ha già sottoscritto una dichiarazione congiunta per sostenere il processo di pace. I Paesi firmatari, tra cui figurano importanti attori europei e globali, fra cui l’Italia, si dicono pronti a contribuire alla sicurezza dei traffici commerciali e alle operazioni di sminamento attraverso una missione definita strettamente difensiva e indipendente, collaborando attivamente sia con gli attori regionali che con le autorità internazionali per favorire il dialogo e la stabilità.

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