
Roma, operazione anti-droga dei Carabinieri alla Magliana: 6 arresti
Il controllo del mercato degli stupefacenti nel quartiere romano della Magliana non accenna a fermarsi, nonostante la costante pressione delle forze dell’ordine che nel corso degli anni ha decimato le organizzazioni criminali e portato in cella i principali esponenti del sodalizio. Le piazze di spaccio romane necessitavano di un rifornimento continuo di cocaina e hashish, un flusso di sostanze e di capitali illeciti che doveva proseguire a ogni costo. A conferma della persistenza di questa fitta rete criminale, i carabinieri del comando provinciale di Roma hanno eseguito un nuovo blitz all’alba, traducendosi nell’arresto di sei persone, tre delle quali condotte in carcere e tre poste in regime di arresti domiciliari. Questa operazione si pone in linea di continuità con il precedente intervento dello scorso 29 maggio, che aveva spalancato le porte del carcere a figure di spicco della malavita locale, ritenute dagli investigatori i veri padroni del narcotraffico nel cuore della Magliana. Tra questi figurano Roberto Caputo e Sergio Gioacchini, quest’ultimo fratello di Andrea, il pregiudicato che venne barbaramente assassinato in un agguato nel 2019 sotto gli occhi della moglie, subito dopo aver accompagnato la figlia piccola all’asilo.
Il nuovo filone investigativo ha fatto luce sui solidi canali di approvvigionamento della droga, svelando i contatti diretti dei vertici del gruppo con fornitori di alto profilo. Tra questi emerge la figura di un cittadino albanese di 39 anni, Elvis Mema, capace di movimentare ingenti quantitativi di cocaina pura a tariffe fortemente competitive sul mercato, oltre a una varietà di hashish di altissima qualità denominata in gergo mousse. Questa sostanza era caratterizzata da un aroma talmente penetrante da costringere gli intermediari a sigillare i panetti due volte prima del trasporto, proprio per evitare di lasciare tracce olfattive compromettenti all’interno degli stabili condominiali utilizzati per lo scambio. La vicinanza e l’intesa tra Gioacchini e il fornitore albanese erano tali da spingerli, durante una conversazione telefonica intercorsa dopo la conclusione di una transazione importante, a promettersi reciprocamente di tatuarsi l’effigie di Padre Pio sulla pelle come segno di ringraziamento.
L’asse del narcotraffico non si limitava ai confini della Capitale, ma si estendeva su base nazionale. Il 39enne arrestato operava infatti in stretta sinergia con il cugino Jetlir, muovendo carichi di droga che partivano dal nord Italia, in particolare dalla provincia di Verona, per arrivare fino alle porte di Roma, nel comune di Ciampino. Proprio in questa località, nel corso del 2022, si era verificato un imprevisto che aveva gettato nel panico l’organizzazione. Roberto Caputo, recatosi sul posto per ritirare un carico, venne informato dai vicini che il corriere era stato tratto in arresto dai carabinieri soltanto pochi minuti prima del loro appuntamento. Le intercettazioni ambientali registrarono la disperazione dell’uomo che, sfogandosi con la propria consorte per la perdita di un affare del valore stimato di cinquantamila euro, commentava amaramente l’accaduto: «E’ una batosta grossa, ma grossa, ma grossa. Non mi va di litigare con te, certe volte vorrei ammazzare tutti».
Oltre alla gestione degli stupefacenti, il sodalizio criminale vantava la disponibilità di un vero e proprio arsenale bellico di notevole potenza. Durante le perquisizioni eseguite dai militari nell’ambito degli ultimi arresti, all’interno dell’abitazione di un indagato è stato rinvenuto un nucleo di armi composto da un fucile d’assalto, una mitragliatrice, una pistola semiautomatica e un fucile a canne mozze. La passione per i dispositivi di fuoco emergeva con chiarezza nelle parole dello stesso Gioacchini, il quale descriveva a un conoscente le sue ultime acquisizioni: «un fucile M4 con cannocchiale, una Glock 17 in carbonio bellissima, un fucile a pompa semiautomatico a sei colpi». Per ridurre al minimo il rischio di intercettazioni da parte delle forze dell’ordine, i membri della banda comunicavano esclusivamente attraverso l’utilizzo di chat criptate dotate di sistemi di autodistruzione dei messaggi dopo pochi minuti dall’invio. Tra le misure cautelative adottate dal gruppo spiccava l’impiego di figure femminili insospettabili, come amiche, fidanzate e mogli dei sodali, incaricate di fungere da corrieri per il trasporto della cocaina, che nelle conversazioni cifrate veniva convenzionalmente definita pratica. Quando la sostanza veniva ulteriormente lavorata attraverso processi di cottura, prendeva il nome di coca cotta, destinata al consumo tramite fumo. Le cantine e i terrazzi condominiali degli edifici popolari venivano occupati e gestiti abusivamente dai vertici del gruppo come depositi protetti per lo stoccaggio della droga e del denaro contante, mentre la pianificazione dei dettagli operativi e i test di qualità sulle sostanze avvenivano all’interno di un locale di ristorazione situato in via Oderisi da Gubbio.