
Roma invasa dai dehors selvaggi: il centro storico è un ristorante a cielo aperto
Camminare nel cuore della Capitale è diventato ormai un complesso esercizio di sopravvivenza urbana. Legioni di acchiappaturisti rincorrono potenziali clienti stremati dal caldo e storditi dalla monumentale bellezza del centro storico, mentre i buttadentro presidiano veri e propri accampamenti di tavolini. Queste strutture sono protette da invalicabili muraglie di fioriere, treppiedi con menù plastificati dai colori sgargianti e ventilatori giganti che spruzzano acqua per rinfrescare l’aria. Proprio in questa corte del cibo, il sacro suolo pubblico viene conquistato per pochi euro pagati al Comune da sedie, tavoli e persino sdraio. Si assiste a una sorta di dittatura della carbonara, che ha condannato il Centro a trasformarsi in un enorme ristorante all’aperto, dove il ponentino profuma stabilmente di pecorino e la tradizione gastronomica si riduce a una banale caricatura a uso e consumo dei visitatori stranieri. Questa proliferazione selvaggia non si limita più alle sole zone storiche, ma si sta estendendo rapidamente anche nella città direzionale, da via Veneto fino a piazza Verdi e piazza Fiume, aree che sorgono accanto ai grandi Ministeri e che attraggono costantemente multinazionali e importanti sedi istituzionali.
La conta degli spazi sottratti alla collettività è impressionante e restituisce l’immagine di un territorio saturo. Per percorrere la direttrice che dal Traforo Umberto I conduce a piazza della Rotonda e al Pantheon, i pedoni devono quasi chiedere il permesso agli scatenati buttadentro per farsi largo nei pochissimi centimetri rimasti liberi. In meno di un chilometro si concentrano centinaia di tavolini di ristoranti, pizzerie, cocktail bar, gelaterie e attività di somministrazione di ogni genere. L’esempio di via dei Pastini è emblematico della situazione attuale: in poco più di ottanta metri si contano oltre ottanta tavolini letteralmente incastrati sulle sponde del vicolo che si affaccia sul Pantheon. Poco distante, in via delle Paste, bastano quindici passi per incrociare ben 23 tavolini. Questo assedio scientifico non cambia minimamente spostandosi dalla visitatissima Fontana di Trevi verso piazza di Pietra e attraversando via del Corso. Le sedute sono disposte in doppia o tripla fila, dettando il ritmo di una passeggiata resa impossibile tra camerieri che gridano ordini, comitive di turisti che sgomitano e un groviglio scomposto di arredi, ombrelloni e tovaglie.
I residenti si ritrovano così senza alcuna via d’uscita all’interno di questo grande parco giochi della ristorazione veloce, dove tutto sembra concesso e non esiste alcun ritorno in termini di vivibilità per chi abita nelle aree storiche tutelate dall’Unesco. Le misure eccezionali introdotte durante l’emergenza sanitaria per ampliare i dehors e contrastare la crisi economica sono ormai superate dal tempo, eppure la deregulation sembra essere diventata permanente. I portoni dei palazzi storici quasi scompaiono dietro le strutture esterne dei locali. In via delle Muratte i dehors coprono i citofoni e le scritte che invitano a lasciare libero il passaggio per la sicurezza dei residenti, mentre a piazza della Rotonda l’uscita da un portone d’epoca si trasforma in un impatto immediato con un tavolo posizionato a meno di un metro di distanza. Nel regno dello spaghetto al pomodoro venduto a 14 euro, gli abitanti storici sono stati espulsi a causa del costante squilibrio tra l’uso pubblico e l’uso commerciale dello spazio urbano. I cittadini hanno provato per anni a opporsi manifestando e dicendo «no all’appropriazione di suolo pubblico a fini privati» e opponendosi con forza a «la svendita del Centro» e della sua grande bellezza, ma la formula dei profitti privati a fronte di pesanti disagi pubblici continua a dominare la scena. I nebulizzatori estivi, enormi e grigi, appaiono persino come Transformers in mezzo a edifici settecenteschi di immenso valore, spezzando definitivamente la percezione del pregio monumentale dei rioni storici.
Le conseguenze di quella che la stampa internazionale ha definito come gentrificazione gastronomica si riflettono inevitabilmente anche sulla sicurezza quotidiana. In via di Pietra l’accampamento di ombrelloni e supporti per i menù accoglie un fiume scomposto di visitatori affaticati alla ricerca di un pasto d’occasione. Nei pressi di Fontana di Trevi, la folla e la carenza di spazio vitale creano situazioni di evidente pericolo per i pedoni. In via In Arcione i mezzi di trasporto sfiorano i tavolini, costringendo i passanti a rifugiarsi all’interno dei negozi di cianfrusaglie che hanno progressivamente sostituito le storiche botteghe artigiane, un tempo simbolo identitario della città. Anche via del Lavatore offre uno scenario identico, con lavagne appoggiate direttamente sui sampietrini e file interminabili di tavoli a pochi metri dal Palazzo del Quirinale. Più ci si avvicina ai monumenti di pregio, più l’occupazione aumenta in barba al decoro e alla pubblica sicurezza, tutto concesso in cambio di contributi irrisori versati nelle tasche del Comune. Sul fronte dei controlli, la situazione resta complessa ed evidenzia una diffusa illegalità: basti pensare che un recente maxi blitz della Polizia Locale nelle zone di Campo de’ Fiori, piazza Navona e piazza di Spagna ha riscontrato oltre mille metri quadrati di ampliamenti non autorizzati. Una superficie abusiva enorme, paragonabile all’ampiezza di una piscina olimpionica, sottratta interamente alla libera fruizione delle strade e dei marciapiedi romani.