La guerra fa bene alle Borse. Piazza Affari e Wall Street in rialzo

09/05/2026

La questione se la guerra possa effettivamente giovare all’economia presenta risposte divergenti a seconda della prospettiva adottata. Da un punto di vista puramente quantitativo, la risposta tende a essere affermativa, a condizione che non si tratti del sistema economico del Paese direttamente invaso o sottoposto a bombardamenti. Tuttavia, osservando la qualità di tale crescita, ci si scontra con il classico dilemma tra burro e cannoni, dove la produzione bellica sottrae risorse al benessere civile. Analizzando lo scenario attuale, caratterizzato dal quarto anniversario dell’invasione in Ucraina e dai recenti conflitti in Iran, emerge un dato singolare: l’instabilità geopolitica sembra alimentare la vivacità delle Borse piuttosto che affossarle. Il contesto finanziario globale, osservato dall’insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, rivela dinamiche inaspettate che smentiscono in parte le narrazioni ufficiali della Casa Bianca. Come sottolineato dall’analisi dei dati, «la guerra fa bene all’economia in senso quantitativo, ma in senso qualitativo no».

Il Presidente americano aveva promesso un’espansione economica senza precedenti, puntando su tagli fiscali massicci e sul rafforzamento dell’immagine nazionale nel mondo. Eppure, tra l’inizio del 2025 e il primo trimestre del 2026, la crescita del Pil statunitense si è attestata al 2,7%, una cifra rispettabile ma identica alla media registrata durante la precedente amministrazione Biden. Sebbene le imposte siano state ridotte, l’effetto collaterale è stato un aumento del deficit che ha spinto i tassi d’interesse verso l’alto. Attualmente, gli Stati Uniti si trovano nella condizione paradossale di spendere più per il servizio del debito pubblico che per la difesa, superando in questa specifica quota di Pil persino nazioni storicamente indebitate come l’Italia. Nonostante i sondaggi indichino un deterioramento dell’immagine internazionale degli Usa, Trump rivendica il successo dei mercati azionari, definendo Wall Street come una macchina da record. Tuttavia, un confronto internazionale rivela che, paradossalmente, la borsa americana è quella che è cresciuta meno nel panorama globale.

Osservando le performance espresse in dollari per uniformità di confronto, si nota che in cima alla classifica mondiale si posiziona il Giappone, seguito sorprendentemente dall’indice italiano Mib e dalla Corea del Sud. Anche la Germania e la Cina hanno mostrato risultati superiori rispetto al listino di New York. Questo fenomeno solleva interrogativi profondi, specialmente perché fattori come la leadership americana nell’intelligenza artificiale e la politica dei dazi avrebbero dovuto, in teoria, favorire esclusivamente gli Stati Uniti. In realtà, il resto del mondo ha dimostrato una notevole resilienza. In Asia, la corsa ai semiconduttori legata all’intelligenza artificiale ha beneficiato i produttori locali, mentre i dazi contro Pechino hanno semplicemente rimescolato le catene di fornitura verso altri Paesi asiatici dove le aziende cinesi hanno delocalizzato la produzione o stretto nuovi accordi commerciali.

In Europa, la pressione geopolitica e l’atteggiamento dell’amministrazione Trump verso l’Unione Europea hanno spinto la Germania ad abbandonare le politiche di austerità, stimolando gli investimenti. Parallelamente, l’incremento delle spese per la difesa ha dato slancio alle aziende del settore armiero quotate sui listini continentali. Anche l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale ha contagiato gli investitori europei: sebbene l’adozione pratica di queste tecnologie sia inferiore rispetto agli Usa, le aspettative di crescita sono elevatissime e pesano meno in termini di costi immediati per le imprese. In questo quadro, la performance di Piazza Affari risulta sbalorditiva, avendo superato Wall Street anche nel periodo più critico delle tensioni energetiche e geopolitiche mediorientali, quasi ignorando i rischi che avrebbero dovuto penalizzare un Paese trasformatore come l’Italia.

Un elemento di preoccupazione emerge però analizzando la composizione della crescita americana, che appare fortemente dipendente da un unico settore. I dati indicano che una quota enorme dell’incremento del Pil è legata esclusivamente alle spese per software e infrastrutture IT, in particolare i data center. Si calcola che nel primo trimestre dell’anno circa il 93% della crescita sia dipeso da queste categorie. Senza tale apporto, l’economia statunitense sarebbe scivolata in recessione già alla fine del 2025. Questa dipendenza dalla «droga dei data center», unita a un debito pubblico su una traiettoria insostenibile, lancia un’ombra sulle prospettive future della prima economia mondiale, rendendo il quadro meno brillante di quanto i record di borsa lascino intendere. Come conclude l’analisi, «ci sono problemi seri per l’economia americana a causa di traiettorie insostenibili».

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