
Summit in Armenia, Giorgia Meloni prende le distanze da Trump
Sotto una pioggia battente che sferza la capitale armena, la partecipazione di Giorgia Meloni al summit della Comunità politica europea si trasforma in un atto di aperta sfida diplomatica nei confronti della Casa Bianca. Davanti alla struttura brutalista del Karen Demirchyan, la presidente del Consiglio italiano si trova a gestire le onde d’urto provocate dalle recenti minacce di Donald Trump, il cui spettro aleggia pesantemente sui 47 leader riuniti nel Caucaso. La preoccupazione principale riguarda il possibile disimpegno militare degli Stati Uniti dal Vecchio Continente, un’ipotesi che spinge la premier a sottolineare la necessità di una maggiore autonomia strategica dell’Unione. Davanti ai cronisti, Meloni non nasconde il timore per una fase di incertezza globale, dichiarando con fermezza: «sappiamo che da tempo gli Stati Uniti discutono di un loro disimpegno dall’Europa, è la ragione per la quale dobbiamo rafforzare la nostra sicurezza».
Il punto di rottura più evidente emerge sulla questione delle basi militari americane in Italia. Trump ha ventilato l’ipotesi di un ritiro parziale dei tredicimila soldati stanziati nella penisola, una mossa che la leader italiana respinge con vigore rivendicando la lealtà storica di Roma nei confronti dell’Alleanza Atlantica. In merito alla minaccia di veder partire i contingenti statunitensi, la premier ribatte che «è una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», aggiungendo subito dopo un commento piccato sulla correttezza delle accuse rivolte all’Italia. Meloni ricorda come il Paese abbia sempre onorato i propri compiti: «l’Italia ha sempre mantenuto gli impegni, lo ha sempre fatto in ambito Nato anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti, in Afghanistan come in Iraq: alcune cose dette nei nostri confronti non le considero corrette».
La frizione tra Palazzo Chigi e la presidenza americana si estende anche alla gestione della crisi in Medio Oriente. La premier critica la mancanza di consultazione da parte di Trump prima delle azioni militari contro l’Iran, evidenziando un deficit di coordinamento tra alleati. La posizione italiana è netta: «a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo». Questo clima di tensione precede l’incontro romano con il segretario di Stato Marco Rubio, considerato l’elemento più moderato dell’amministrazione Trump, incaricato di tentare una difficile ricucitura dei rapporti con l’Italia e il Vaticano. Nel frattempo, la necessità di garantire l’approvvigionamento energetico spinge Meloni a volare verso l’Azerbaigian, consapevole che la stabilità delle forniture di gas e petrolio è messa a rischio dal conflitto. Il vertice di Yerevan si chiude così con la consapevolezza di una frattura profonda, dove l’Europa cerca una voce comune per smarcarsi dai diktat transazionali di una Washington sempre più isolazionista.