
Gianni Alemanno torna libero a giugno dopo lo sconto di pena
L’uscita di scena dell’ex sindaco di Roma dalle mura di Rebibbia è ormai questione di settimane. Tra esattamente due mesi, il 24 giugno, Gianni Alemanno varcherà i cancelli del penitenziario romano per tornare in libertà, dopo un periodo di detenzione iniziato nella notte di Capodanno del 2024. La sua permanenza in cella era scaturita dalla violazione delle prescrizioni relative ai servizi sociali a cui era precedentemente affidato, portando all’esecuzione della condanna definitiva a un anno e dieci mesi per il reato di traffico di influenze. La notizia della sua imminente scarcerazione non è però legata solo al naturale esaurimento della pena residua, ma a una decisione significativa assunta dal Tribunale di Sorveglianza della Capitale che ha ricalcolato i tempi della detenzione.
I giudici hanno infatti accolto il ricorso presentato dal suo legale, l’avvocato Edoardo Albertario, concedendo una riduzione di 39 giorni complessivi. Tale sconto si basa su un articolo specifico dell’ordinamento penitenziario che prevede un ristoro per i detenuti che hanno vissuto il periodo di reclusione in contesti non idonei. La motivazione del provvedimento è un atto d’accusa silenzioso, ma potente, verso lo stato delle strutture carcerarie italiane, facendo esplicito riferimento alle «condizioni umane e degradanti da lui subite» durante i mesi passati dietro le sbarre dell’istituto romano. Proprio questo tema è diventato il fulcro dell’attività di Alemanno durante la sua reclusione, trasformando la sua esperienza personale in una piattaforma di denuncia sociale.
Non si è trattato di un’attesa passiva della fine della pena, ma di una costante mobilitazione per accendere i riflettori sulle criticità di un sistema che appare sempre più vicino al punto di rottura. Già nel maggio dello scorso anno, l’ex primo cittadino aveva inviato una missiva al ministro della Giustizia Carlo Nordio per segnalare un’emergenza definita sempre più drammatica, un vero e proprio «grido d’allarme» lanciato mentre le cronache riportavano l’ennesimo decesso tra la popolazione detenuta. In quegli scritti, Alemanno poneva l’accento sul cronico sovraffollamento delle strutture, una piaga che secondo la sua visione finisce per minare profondamente il principio rieducativo della pena sancito dall’articolo 27 della Costituzione italiana.
Per Alemanno, la necessità di riforme urgenti non è solo una questione politica o di schieramento, ma un’esigenza vitale per evitare il collasso definitivo della magistratura di sorveglianza e delle strutture esterne, oggi sature oltre ogni limite. Questa sua battaglia ha trovato forma anche in un volume dal titolo emblematico, L’emergenza negata – Il collasso delle carceri italiane, che è stato recapitato allo stesso Guardasigilli Nordio come testimonianza diretta e documentata di quanto vissuto e osservato quotidianamente. Il dialogo con le istituzioni e con le figure morali di riferimento è stato costante, arrivando a coinvolgere persino il Vaticano in occasione del Giubileo dei detenuti, attraverso una lettera indirizzata direttamente al Papa per invocare attenzione sulla dignità dei reclusi.
Proprio in questo contesto di solidarietà carceraria si inserisce la vicenda di Antonio Russo, l’88enne recentemente graziato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Alemanno condivideva con Russo lo stesso braccio del carcere di Rebibbia e, insieme a Fabio Falbo, si era speso con vigore per denunciare l’assurdità della permanenza in cella di un uomo di quell’età e in precarie condizioni di salute. Russo stava scontando una condanna a dodici anni per omicidio volontario, un episodio tragico nato in un contesto di gravi e reiterate violenze domestiche subite da parte del figliastro. In una lettera inviata al Quirinale, l’ex sindaco aveva descritto la situazione del compagno di detenzione come «una grande vergogna», sottolineando come un uomo malato e non socialmente pericoloso dovesse poter trascorrere il tempo residuo nell’ambiente più idoneo della detenzione domiciliare. L’imminente scarcerazione di Alemanno mette dunque fine a una vicenda personale travagliata, ma lascia aperto il grande dibattito sullo stato della giustizia in Italia.