
Gerusalemme, negato l’accesso al Santo Sepolcro al cardinale Pizzaballa
In un clima già pesantemente gravato dai venti di guerra che soffiano incessantemente sul Medio Oriente in questo 2026, la cronaca di Gerusalemme regala un episodio che non si registrava da secoli. La Domenica delle Palme, momento centrale per la cristianità, è stata segnata da un atto di forza della polizia israeliana che ha impedito al cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, e a padre Francesco Ielpo, custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro, di raggiungere il luogo sacro. Nonostante si trattasse di uno spostamento in forma privata e numericamente contenuto, ben al di sotto della soglia di assembramento fissata a cinquanta persone per ragioni di sicurezza, le autorità hanno sbarrato il passo ai vertici della Chiesa cattolica in Terra Santa. Dal Patriarcato è filtrato immediatamente un senso di profonda amarezza per quella che è stata definita una scelta viziata da considerazioni improprie. Le parole affidate alla nota ufficiale non lasciano spazio a dubbi: «Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata rappresenta un’estrema violazione dei principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo».
L’incidente si inserisce in un contesto bellico estremamente teso, segnato dall’Operazione Ruggito del Leone e dai continui scambi di droni e missili tra Israele, Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran, iniziati lo scorso 28 febbraio. Inizialmente, la polizia israeliana ha risposto con freddezza burocratica, giustificando la chiusura dei luoghi sacri sprovvisti di aree protette per salvaguardare l’incolumità pubblica. L’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, ha persino rincarato la dose, sostenendo che il cardinale fosse stato informato dei divieti ma avesse deciso di non rispettare la richiesta delle autorità, definendo il blocco come un’azione necessaria. Tuttavia, la rigidità iniziale ha dovuto fare i conti con un’ondata di indignazione internazionale che ha varcato rapidamente i confini della Città Vecchia.
In Italia, la reazione è stata corale e trasversale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto manifestare la propria vicinanza personale a Pizzaballa, sottolineando come il Santo Sepolcro sia un luogo da preservare e che impedirne l’accesso durante una solennità così importante rappresenti un’offesa per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa. Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha agito prontamente convocando l’ambasciatore israeliano, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha rimarcato come l’accaduto mini le basi della convivenza religiosa. Dalle opposizioni, Elly Schlein ha parlato di protervia senza limiti del governo israeliano, mentre Matteo Renzi ha bollato l’episodio come una provocazione inutile. Persino oltreoceano e oltralpe le voci di dissenso sono state nette, con Emmanuel Macron preoccupato per le violazioni dello status dei Luoghi Santi e l’ambasciatore americano Mike Huckabee che ha definito l’accaduto difficile da giustificare, considerando che con il Patriarca erano presenti solo altri tre sacerdoti.
Solo col passare delle ore e l’aumentare della pressione diplomatica, i vertici dello Stato d’Israele hanno ammorbidito i toni. Il presidente Isaac Herzog ha espresso dolore per quello che ha definito uno sfortunato incidente, mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu è intervenuto personalmente sui social per annunciare la retromarcia. Il premier ha infatti dichiarato di aver impartito istruzioni affinché al cardinale sia concesso pieno e immediato accesso, cercando di riparare allo strappo. Lo stesso Pizzaballa, con lo spirito di chi cerca di costruire ponti anche sulle macerie, ha provato ad allentare la tensione parlando di fraintendimenti e di una mancata comprensione reciproca. Nel pomeriggio, dal Santuario del Dominus Flevit, ha rivolto una preghiera per la pace, ribadendo la volontà di non cedere alla logica dello scontro: «Viviamo una situazione molto complicata, ci siamo riuniti perché vogliamo costruire la pace, la fratellanza». Un messaggio che, in un momento di violenza cieca, risuona come un monito necessario per ricordare che la libertà di culto non può essere la vittima sacrificale delle strategie militari.