
Dibattito nel Governo, tra tagli alle accise e accesso al prestito per spese militari
All’interno dei palazzi governativi romani, il clima si fa sempre più teso attorno a un nodo finanziario e politico che vede contrapposte le esigenze della sicurezza nazionale e le urgenze economiche delle famiglie italiane. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, con la determinazione che lo contraddistingue, sta portando avanti un pressing serrato sul Ministero dell’Economia e delle Finanze per ottenere il via libera all’accesso ai fondi del Safe, un maxi-prestito stanziato dall’Unione Europea per sostenere le spese militari. Si tratta di una cifra imponente, circa quattordici miliardi di euro da spalmare fino al 2030, fondamentale per rispettare gli accordi presi in sede Nato e le rassicurazioni fornite a partner internazionali. Incrociando i giornalisti e commentando ironicamente le critiche dell’opposizione sulla gestione dei costi, il ministro ha voluto smorzare i toni con una battuta sulla sua abitudine di fare la spesa personalmente, ma la sua espressione è tornata seria quando si è trattato di discutere della missiva inviata mercoledì al Mef.
Crosetto attende con impazienza una risposta formale dal governo per capire se la volontà di incrementare la spesa per la difesa resterà salda o se subirà un rallentamento a causa della crisi energetica. La questione non riguarda solo la contabilità, ma l’essenza stessa della strategia politica dell’esecutivo. Da una parte ci sono gli obblighi verso l’Alleanza Atlantica, che senza il supporto di questi fondi europei rischierebbero di trasformarsi in una chimera, dall’altra la necessità di non gravare ulteriormente sul bilancio dello Stato. Il Ministero dell’Economia, dal canto suo, ha sollevato dubbi sulla natura di questo strumento: «è e resta un sistema di finanziamento non certo a costo zero: si tratta infatti di un prestito che se ha il vantaggio di consentire una dilazione in avanti nel tempo e tassi vantaggiosi, implica comunque l’obbligo della restituzione e la necessità di sottostare ad una serie di regole».
In questo scenario di incertezza, la premier Giorgia Meloni si trova a dover gestire una coperta finanziaria decisamente troppo corta, cercando un equilibrio tra il prestigio internazionale e il consenso interno. Durante un recente confronto ristretto con i suoi vice, la linea della prudenza sembra aver prevalso. Matteo Salvini è stato il primo a manifestare resistenze, suggerendo che ogni risorsa disponibile debba essere indirizzata prioritariamente verso le imprese e i nuclei familiari colpiti dai rincari delle bollette. La stessa premier ha confermato che, sebbene manchino ancora due settimane alla scadenza del 31 maggio per decidere sul prestito Safe, la priorità assoluta rimane l’emergenza energetica. Meloni ha delineato una gerarchia di interventi che vede al primo posto il taglio delle accise sulla benzina, una misura necessaria per contrastare l’inflazione derivante dalle tensioni geopolitiche globali. Accanto a questo tema, il governo intende concentrarsi su dossier ad alto impatto sociale come il Piano Casa e la gestione delle concessioni balneari. In questa lista di urgenze, il riarmo e il prestito europeo sembrano destinati a scivolare in secondo piano, almeno fino a quando non si troverà una quadra tra i vincoli di bilancio e le pressioni degli alleati internazionali.