
Caro carburanti: il governo Meloni valuta il taglio delle accise mobili
La crisi energetica scatenata dall’attacco all’Iran di Israele e Stati Uniti sembra aver prodotto una sorta di convergenza inaspettata, quasi delle larghe intese dettate dalla necessità. Dopo giorni di intenso pressing da parte delle opposizioni, preoccupate per l’impatto dei rincari sulle famiglie e sulle imprese, il governo ha scelto di rompere gli indugi. La risposta è arrivata direttamente dalla premier Giorgia Meloni, che attraverso un videomessaggio affidato ai propri canali social ha delineato la strategia dell’esecutivo per far fronte a un’inflazione energetica che minaccia di farsi cronica. Le parole della presidente del Consiglio non lasciano spazio a dubbi sulla gravità del momento: «Siamo impegnati per mitigare il più possibile le conseguenze del conflitto per i cittadini e la nostra nazione».
Il cuore della proposta risiede nel recupero di uno strumento tecnico che era già presente nei radar del Ministero dell’Economia, ma la cui attivazione era rimasta finora nel limbo delle ipotesi. La premier ha infatti spiegato che l’amministrazione sta seriamente considerando di ricorrere a un particolare automatismo fiscale: «Stiamo valutando di attivare il meccanismo delle cosiddette accise mobili che questo governo ha reso più efficace con il provvedimento sui carburanti del 2023 nel caso in cui i prezzi aumentassero in modo stabile». Questo congegno normativo, in sostanza, agisce come una sorta di ammortizzatore: permette di dirottare il maggior gettito derivante dall’Iva, che aumenta naturalmente quando salgono i prezzi alla pompa, per finanziare una corrispondente riduzione delle accise. È una forma di sterilizzazione fiscale che mira a mantenere il prezzo finale entro limiti tollerabili.
Sulla stessa lunghezza d’onda si è sintonizzato il vicepremier Antonio Tajani, il quale, intervenendo a un evento pubblico, ha puntato il dito contro le dinamiche finanziarie che regolano il settore. Secondo Tajani, gran parte dei rincari che vediamo oggi non sono figli di una scarsità reale, quanto di manovre speculative che avvengono ben lontano dalle stazioni di servizio: «C‘è troppa speculazione sui prezzi dell’energia: gli aumenti sono ingiustificati e non è colpa del benzinaio; se aumenta il prezzo della benzina c’è una speculazione a monte». Questa lettura dei fatti sposta l’asse della responsabilità dai piccoli distributori ai grandi attori del mercato globale, giustificando un intervento pubblico più deciso.
Il vero ostacolo, come spesso accade nelle manovre di bilancio, resta il reperimento delle coperture finanziarie, anche se dal Ministero dell’Economia filtrano segnali di cauto ottimismo. Il dossier è ormai maturo e potrebbe approdare sul tavolo governativo già martedì prossimo. Tecnicamente, le condizioni per il taglio sono già ampiamente verificate: la norma prevede infatti che si possa intervenire se il prezzo del carburante supera la media del bimestre precedente rispetto ai parametri inseriti nel Documento di economia e finanza. Dato che il Brent è schizzato oltre i 90 dollari al barile, ben al di sopra delle stime iniziali di 66,1 dollari, l’intervento appare inevitabile. Gli esperti del settore, come Davide Tabarelli di Nomisma, hanno provato a quantificare l’entità del risparmio, ipotizzando che il taglio delle accise «può valere fino a un massimo di 7 centesimi, ma più probabilmente, considerando alcuni limiti tecnici, potrebbe fermarsi attorno ai 4-5 centesimi al litro».
Non si tratterebbe di una soluzione definitiva capace di assorbire l’intero rincaro, stimato in alcuni casi anche sopra i venti centesimi, ma servirebbe quantomeno a evitare il superamento di alcune soglie psicologiche critiche. L’obiettivo primario del governo è infatti quello di tenere il prezzo del gasolio sotto i due euro e la benzina entro la quota di 1,8 euro al litro. In un momento in cui le famiglie italiane devono già fare i conti con la stagnazione dei salari e l’aumento dei costi dei generi alimentari, un piccolo segnale di distensione sul fronte dei carburanti potrebbe rappresentare una boccata d’ossigeno necessaria per evitare una brusca frenata dei consumi nazionali nel corso di questo 2026 così incerto.