
Vertice Nato, Meloni lancia l’allarme sulle terre rare e le filiere della difesa
Durante i lavori del Consiglio Atlantico ad Ankara, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sollevato una questione di cruciale importanza per il futuro della sicurezza occidentale, alla presenza dei principali leader dell’Alleanza atlantica. Seduta al tavolo del vertice insieme ai ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto, la premier ha illustrato una mappa dettagliata e un dossier riservato che mettono in luce la profonda vulnerabilità della catena di approvvigionamento militare dei Paesi alleati. I materiali fondamentali per la costruzione di armamenti all’avanguardia, come satelliti, droni, carri armati e jet, si trovano infatti in territori controllati da nazioni rivali o concorrenti, tra cui Cina e Russia. Di fronte a questa realtà, Meloni ha invitato l’Occidente a riflettere attentamente prima di procedere ciecamente verso il riarmo richiesto da Donald Trump, sottolineando la necessità di fare prima i conti con questa forte dipendenza geopolitica. Nel corso delle sessioni a porte chiuse, la premier ha chiarito la posizione italiana: «Stiamo investendo risorse in qualcosa che non controlliamo pienamente».
Il documento distribuito alle delegazioni internazionali evidenzia dati numerici preoccupanti circa il monopolio di Pechino nel settore minerario. Per quanto riguarda tre metalli rari specifici, ovvero il gallio, la grafite e il tungsteno, la superpotenza asiatica detiene oltre il 70% della produzione mondiale, risultando inoltre il principale estrattore di sei dei dodici minerali considerati indispensabili per la sopravvivenza logistica della Nato. Questa sottomissione commerciale tocca da vicino anche l’eccellenza industriale italiana, dato che il gallio è un componente essenziale per i radar e gli aerei F-35 prodotti da Leonardo, oltre che per i missili delle batterie Samp-T, mentre il germanio risulta indispensabile per i satelliti di osservazione Cosmo Sky-Med e per gli elicotteri da difesa avanzati. Nel corso della successiva conferenza stampa, la presidente del Consiglio ha ribadito il concetto politico espresso ai partner internazionali: «Se noi aumentiamo le risorse che investiamo senza porci il problema politico del controllo delle filiere della difesa rischiamo di pagare il prezzo della dipendenza».
Per rispondere a questa minaccia silenziosa, la diplomazia italiana si sta muovendo su più fronti in stretta collaborazione con il Ministero degli Esteri. L’Italia è infatti intenzionata ad aderire ufficialmente alla cosiddetta alleanza per il silicio promossa dall’amministrazione statunitense, un accordo nato per sottrarre alla Cina la raffinazione del metallo nobile alla base dei microchip digitali. Parallelamente, Roma guarda con forte interesse strategico ai giacimenti minerari dei Balcani occidentali, un’area che secondo le stime governative racchiude un potenziale enorme di tonnellate di minerali critici non ancora sfruttati. L’obiettivo italiano è quello di investire nella bonifica e nello scavo in questi territori vicini per mettere in sicurezza le forniture europee. Le slide del dossier ricordano infine che la Cina controlla anche il 24% dei semiconduttori globali e l’88% della raffinazione delle terre rare, imponendo alla Nato una seria accelerazione per la conquista dell’autonomia industriale.