USA, ultimatum all’Iran: accordo entro 48 ore. Portaerei pronte a colpire

23/02/2026

Il tempo scorre inesorabile nel Medio Oriente del 2026, dove una finestra di appena 48 ore separa la diplomazia da un potenziale conflitto. Oltre 120 caccia americani sono attualmente schierati nella regione, supportati dalla potenza di fuoco delle portaerei Uss Gerald Ford e Uss Abraham Lincoln, in una dimostrazione di forza che non lascia spazio a interpretazioni. Secondo le ultime indiscrezioni, il presidente Donald Trump sarebbe intenzionato a condurre un attacco mirato nei prossimi giorni per costringere Teheran a rinunciare definitivamente alle proprie ambizioni nucleari. La risposta iraniana non si è fatta attendere: i sistemi di difesa sono stati interamente mobilitati, con missili e batterie antiaeree pronti a reagire a qualunque incursione e a colpire le basi militari statunitensi disseminate nell’area. Anche Israele osserva con estrema apprensione, consapevole che una reazione di Teheran coinvolgerebbe inevitabilmente lo Stato ebraico, tanto che il primo ministro Netanyahu ha già convocato un vertice d’emergenza per valutare le minacce provenienti da Hezbollah.

In questo clima di estrema tensione, emerge un accordo segreto tra Teheran e Mosca che aggiunge ulteriore complessità allo scacchiere geopolitico. La Russia avrebbe infatti accettato di vendere all’alleato iraniano sistemi di difesa aerea avanzati di tipo Verba, per un valore di 500 milioni di dollari, inclusi migliaia di missili 9M336. Mentre le intelligence occidentali temono che l’Iran possa attivare i propri proxy per attacchi terroristici in Europa e Medio Oriente, la Casa Bianca ha posto una condizione ferrea: la Repubblica Islamica deve presentare entro 48 ore una proposta scritta e dettagliata per un nuovo accordo sul nucleare. Qualora Teheran dovesse cedere a questa richiesta, i negoziati potrebbero riprendere già giovedì a Ginevra. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si è detto pronto a volare in Svizzera per incontrare gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, ma tutto resta subordinato alla natura del documento che Teheran deciderà di inviare.

Le posizioni al tavolo delle trattative sembrano oscillare tra il rigore assoluto e la ricerca di un compromesso tecnico. Il ministro iraniano Araghchi ha espresso un cauto ottimismo durante un’intervista recente: «Credo che quando ci incontreremo, probabilmente di nuovo questo giovedì a Ginevra, potremo lavorare su questi elementi, preparare un buon testo e arrivare a un veloce accordo». Tuttavia, lo stesso ministro non ha risparmiato moniti diretti agli Stati Uniti: «Se gli Usa ci attaccheranno, allora noi avremo tutto il diritto di difenderci. Si tratta di un atto di aggressione, noi risponderemo con un atto di autodifesa. I nostri missili non possono colpire il suolo americano e dunque dobbiamo colpire qualcos’altro come le basi statunitensi nella regione».

All’interno dell’Iran, la percezione di un attacco imminente ha spinto la Guida Suprema Ali Khamenei a blindare la linea di successione e ad affidare pieni poteri a una figura di provata esperienza come Ali Larijani. Nominato segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Larijani agirà come reggente e stratega militare in questa fase critica. Ex vicecomandante dei Pasdaran e già capo negoziatore sul nucleare, è considerato un politico pragmatico capace di gestire le crisi più acute. Parallelamente, il dibattito infuria anche a Washington: mentre il negoziatore Witkoff invita alla prudenza per attendere l’esito dei colloqui di Ginevra, pur ammettendo che manca solo una settimana alla capacità industriale iraniana di produrre ordigni, esponenti come il senatore Lindsey Graham spingono per un’azione militare immediata. Trump, dal canto suo, osserva con curiosità e impazienza il ritardo iraniano nel firmare l’intesa nonostante l’imponente schieramento bellico.

Mentre la diplomazia internazionale gioca le sue ultime carte, il regime iraniano deve fare i conti anche con il costante dissenso interno. Il presidente Masoud Pezeshkian ha dichiarato che il Paese è pronto a ogni scenario, ma le università sono tornate a essere teatro di violente proteste. Gli studenti si sono radunati in numerosi campus per ricordare le vittime delle passate repressioni, sfidando le autorità con slogan espliciti. All’Università di Teheran le manifestazioni sono state accolte dall’intervento brutale delle milizie Basij, che hanno risposto con pestaggi e arresti indiscriminati, confermando che la crisi che attanaglia la Repubblica Islamica non è solo esterna, ma scuote profondamente le fondamenta stesse del potere religioso.

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