L’impatto della chiusura di Hormuz sull’inflazione globale e sui mercati finanziari

23/05/2026

Il panorama economico globale si trova attualmente a fare i conti con una variabile determinante che gli analisti definiscono come il fattore tempo, considerata oggi la più potente leva di pressione sulle dinamiche inflazionistiche planetarie. Il blocco strategico dello Stretto di Hormuz sta infatti imprimendo un segno profondo e preoccupante specialmente sui prezzi dei beni alimentari, arrivando dopo un trimestre caratterizzato dal surriscaldamento delle quotazioni dei prodotti energetici. I dati ufficiali evidenziano una crescita del greggio Brent pari al 41% e un incremento del gas naturale in Europa del 56% rispetto ai valori registrati prima del conflitto. Nonostante la gravità di queste cifre, gli economisti avvertono che gli effetti più devastanti si faranno sentire soltanto nei mesi a venire, condizionando sia il breve che il lungo periodo.

La complessità della situazione risiede nel fatto che, anche nell’ipotesi di una riapertura immediata di quello che è universalmente riconosciuto come il passaggio marittimo più ricco al mondo per il transito di petrolio, gas, fertilizzanti e prodotti petrolchimici, sarebbero comunque necessari diversi mesi per ripristinare i normali flussi commerciali. Secondo le proiezioni rilasciate dagli esperti di AcomeA Sgr, il prezzo del petrolio è destinato a rimanere ancorato alla soglia dei 90 dollari al barile fino alla fine dell’anno in corso, mostrando una lieve flessione rispetto ai 103 dollari registrati nella giornata di ieri. Le catene di approvvigionamento internazionali continuano a subire sollecitazioni che non accennano a diminuire, ma che al contrario tendono ad acuirsi. Gli insegnamenti derivati dalla recente crisi pandemica confermano che, a seguito di shock geopolitici e commerciali di questa portata, occorre una tempistica prolungata prima che l’onda d’urto si rifletta interamente sui mercati.

Le ripercussioni di questo blocco si manifestano attraverso un meccanismo a rilascio lento che va ben oltre il comparto dei carburanti tradizionali e dei prodotti raffinati. In condizioni di normalità, la regione del Golfo garantisce circa il 30% delle materie prime agricole destinate all’intero pianeta, incluse quote fondamentali di fertilizzanti, urea e ammoniaca, oltre a una percentuale compresa tra il 70% e l’80% della nafta diretta verso i mercati asiatici. L’interruzione di queste forniture ha già causato l’arresto di importanti impianti chimici dislocati in Indonesia, Singapore e Corea del Sud, innescando di conseguenza forti tensioni nelle filiere industriali della plastica, del packaging, del settore tessile, dei prodotti farmaceutici e della produzione elettronica. Parallelamente, l’Europa si trova costretta a riorganizzare i propri approvvigionamenti, considerando che importava dal Golfo il 60% del jet fuel, oltre a una dose consistente di gas naturale liquefatto, subendo nel contempo un pesante rincaro dei noli marittimi e un generale aumento dei prezzi al consumo.

Nello scenario più pessimistico delineato dagli analisti, qualora lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso configurando una condizione di crisi permanente, i rischi di un ulteriore rialzo dei prezzi diventerebbero potenzialmente illimitati. Gli analisti finanziari di AcomeA Sgr hanno messo in guardia gli investitori: «le alternative di offerta sono marginali e le scorte commerciali in progressiva erosione, lasciando il prezzo come unico strumento disponibile per riequilibrare domanda e offerta». In questa eventualità, il valore del greggio potrebbe toccare i 120 dollari al barile nel bimestre tra luglio e agosto, per poi spingersi fino a 150 dollari durante la stagione autunnale. A complicare questo quadro di forte stress energetico contribuisce paradossalmente anche lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. Sebbene nel lungo periodo la tecnologia sia destinata a operare come un fattore calmante per l’inflazione grazie all’efficientamento dei processi, nel breve termine l’elevata richiesta di energia da parte dei grandi data center sta producendo l’effetto opposto, amplificando la pressione sui costi energetici generali.

Le conseguenze di queste tensioni si riflettono in modo evidente sul mercato mondiale delle obbligazioni dei paesi del G7, un comparto che muove una cifra stimata intorno ai 50 trilioni di dollari, dove i rendimenti a lungo termine hanno toccato i livelli massimi degli ultimi vent’anni. Gli investitori, ormai convinti di dover operare in un contesto economico caratterizzato da un’inflazione strutturalmente elevata per un periodo prolungato, richiedono un premio per il rischio decisamente superiore rispetto al passato. Tra gli operatori di mercato si consolida la certezza che le banche centrali si vedranno costrette a intervenire con nuovi incrementi dei tassi d’interesse per arginare i rischi inflazionistici. Inoltre, emerge il timore concreto che i governi debbano ricorrere a nuove emissioni di titoli di stato, espandendo i deficit pubblici, pur di finanziare interventi di sussidio a tutela di famiglie e imprese per frenare il rallentamento della crescita economica. In questo contesto, la speranza delle istituzioni finanziarie, a partire dalla Federal Reserve, rimane legata a una rapida normalizzazione dei traffici marittimi che possa modificare l’attuale narrazione sull’inflazione e allentare la pressione sulle prossime decisioni di politica monetaria.

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