Le riserve mondiali di petrolio diminuiscono vertiginosamente

14/05/2026

Il panorama energetico internazionale sta attraversando una fase di estrema criticità che mette a dura prova la stabilità dei mercati e la sicurezza degli approvvigionamenti. Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia internazionale per l’energia, a oltre dieci settimane dallo scoppio del conflitto in Medio Oriente, le riserve mondiali di greggio si stanno riducendo con una rapidità mai osservata in precedenza. Questa situazione è aggravata dall’incertezza che regna sovrana sui tavoli negoziali tra Washington e Teheran, un fattore che continua ad alimentare una pericolosa volatilità dei prezzi. In questo scenario complesso, l’Unione Europea si ritrova in una posizione di estrema vulnerabilità, evidenziata dal paradosso delle importazioni di gas naturale liquefatto. Nonostante il perdurare delle ostilità in Ucraina, le forniture provenienti dalla Russia sono aumentate del 16% nel primo trimestre del 2026, consolidando Mosca come il secondo fornitore di Gnl per il Vecchio Continente, subito dopo gli Stati Uniti.

Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, ha descritto la situazione attuale in termini molto severi, sottolineando come la crisi da dipendenza fossile rappresenti una minaccia strutturale per l’economia europea. Jorgensen ha affermato che per molti aspetti questa fase è più grave di quella vissuta nel 2022, ponendo l’accento sulle fragilità intrinseche del sistema energetico comunitario. Sebbene nel brevissimo periodo non si intravedano rischi immediati per la fornitura di carburante per l’aviazione, le prospettive a lungo termine rimangono incerte. La chiusura parziale e le limitazioni al traffico nello Stretto di Hormuz hanno già causato perdite cumulative imponenti, con oltre un miliardo di barili sottratti alla disponibilità globale. L’Aie riporta che attualmente risultano bloccati circa 14 milioni di barili al giorno, definendo questo evento come uno shock senza precedenti per l’industria petrolifera.

Mentre l’Europa cerca di barcamenarsi tra costi elevati e necessità di stoccaggio, il resto del mondo segue rotte divergenti. Paesi come l’India stanno infatti potenziando il ricorso alla gassificazione del carbone, una scelta che solleva forti dubbi sulla sostenibilità ecologica globale a lungo termine. Negli Stati Uniti, le scorte si stanno esaurendo più velocemente del previsto, trasformandosi in una complessa questione di politica interna per la presidenza di Donald Trump. Le stime sulla domanda mondiale divergono tra i principali osservatori: l’Aie prevede una contrazione della domanda di 420mila barili al giorno nel 2026, arrivando a un totale di 104 milioni, mentre l’Opec stima invece una crescita di 1,2 milioni di barili quotidiani.

Sul fronte dei costi, l’impatto per l’Unione Europea è già tangibile e quantificabile in circa 35 miliardi di euro spesi in più per l’acquisto di energia, pur senza aver incrementato i volumi reali di importazione dal Golfo. Hormuz resta un nodo vitale, dato che da lì transita quasi il 40% del diesel e del jet fuel destinato al mercato europeo. Nonostante ciò, le autorità di Bruxelles cercano di trasmettere un messaggio di cautela e stabilità, assicurando che non vi sono segnali di cancellazioni di massa per la prossima stagione turistica. Jorgensen ha esortato i governi nazionali a adottare misure di sostegno che siano rigorosamente «mirate e temporanee», invitando allo stesso tempo ad accelerare con decisione verso l’adozione delle energie rinnovabili per spezzare definitivamente la catena della dipendenza dai combustibili fossili. Le raffinerie globali, nel frattempo, stanno tentando di adattarsi alla crisi creando nuovi flussi commerciali per compensare le esportazioni perdute nel Golfo, mantenendo margini di lavorazione elevati grazie alla domanda costante di distillati medi.

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