
Velletri, agguato al cugino del boss Elvis Demce: gambizzato
La tranquillità notturna di via Mariano Colagrossi, a Velletri, è stata squarciata martedì sera da un messaggio di piombo che non lascia spazio a molte interpretazioni. Chi ha premuto il grilletto conosceva alla perfezione le abitudini della vittima, un cittadino albanese di 40 anni che ogni sera, dopo aver abbassato la saracinesca della sala scommesse che gestisce, percorreva a piedi lo stesso tragitto verso casa. Il killer lo ha aspettato nel buio di una strada residenziale e isolata, protetto dai muretti a secco che dividono le abitazioni dal verde circostante. Quando l’uomo è passato, è stato raggiunto da almeno un colpo alla gamba, un segnale inequivocabile nel codice non scritto della malavita.
Non si è trattato di una rapina finita male, poiché la vittima aveva ancora con sé tutti gli effetti personali e il portafoglio. Quello che rende il caso di estremo interesse per gli inquirenti è il cognome e il legame di parentela del ferito. L’uomo è infatti il cugino di Elvis Demce, un nome che negli ultimi anni ha scalato le gerarchie del narcotraffico romano arrivando a essere considerato il «broker» d’eccellenza proveniente dal Paese delle «Aquile». Demce, attualmente detenuto in regime di carcere duro, aveva iniziato la sua scalata criminale proprio partendo da Velletri dopo una precedente scarcerazione, rendendo l’area un terreno storicamente sensibile per i suoi interessi e per quelli dei suoi rivali.
L’indagine condotta dai carabinieri della compagnia locale si muove su binari molto delicati. La vittima, che risiede stabilmente a Velletri con regolare carta d’identità e una compagna, non ha precedenti di polizia e non risulta coinvolta direttamente in inchieste sulla malavita. Tuttavia, il legame con un pezzo da novanta della criminalità organizzata rende difficile credere a una casualità. Gli investigatori parlano di un lavoro «pulito», un agguato studiato per ferire e avvertire, non per uccidere. Se l’intento fosse stato l’omicidio, la zona residenziale e la scarsa illuminazione avrebbero offerto al sicario ogni vantaggio possibile per finire il lavoro.
Sul piano tecnico, i rilievi hanno permesso di recuperare due ogive sulla strada, il che suggerisce l’utilizzo di una pistola a tamburo che non lascia bossoli a terra. Alcuni residenti hanno riferito di aver udito tre o quattro esplosioni, ma il buio e la mancanza di telecamere di sorveglianza sulla via hanno favorito la fuga dell’aggressore, probabilmente dileguatosi a piedi prima di raggiungere un complice in attesa. Il quarantenne, trasportato d’urgenza al policlinico di Tor Vergata in codice rosso, non ha saputo fornire dettagli utili all’identificazione del responsabile, limitandosi a dichiarare di essere stato colpito alle spalle senza aver visto nessuno.
Ora l’attenzione si sposta sulla vita professionale della vittima e sulla gestione della sala scommesse. Sebbene l’attività non sia mai stata al centro di indagini passate, non si può escludere alcuna «ingerenza» esterna o che l’uomo abbia dovuto pagare il «conto» per questioni legate al business o, più verosimilmente, alla sua ingombrante parentela. Nelle prossime ore i carabinieri ascolteranno la fidanzata e scandaglieranno i contatti recenti del manager, cercando di capire se quell’agguato sia l’epilogo di una faida più ampia che agita le acque del narcotraffico romano o una questione nata all’interno della gestione dei giochi.
M.M.