
Maxi sequestro di droga a Prima Porta: 500 chili di hashish in un bilocale
In una tranquilla strada secondaria di Prima Porta, a Roma, la normalità di un bilocale al piano terra nascondeva un segreto dal valore di circa due milioni di euro. Quello che appariva come un anonimo appartamento di periferia era in realtà un deposito logistico di enorme importanza per la criminalità organizzata capitolina. I carabinieri hanno infatti rinvenuto quasi 500 chili di sostanze stupefacenti, tra hashish e marijuana, stipati in ogni angolo dell’abitazione. La droga era letteralmente ovunque: panetti sparsi nelle diverse stanze, occultati nei mobili della camera da letto, infilati negli scatoloni e persino riposti all’interno del frigorifero, pronti per essere smistati nelle piazze di spaccio della città.
L’operazione ha preso il via quasi per caso venerdì sera, grazie all’intuizione di un carabiniere della stazione Piazza Farnese, in quel momento libero dal servizio. Mentre transitava in via Cabiate, nella zona di Valle Muricana, il militare ha notato un uomo che usciva con fare sospetto da un portone portando con sé due borse frigo. Il controllo immediato ha confermato i sospetti: all’interno delle sacche termiche era nascosto un «carico» importante, composto da 20 chili di droga già suddivisi in panetti. Da quel momento è scattata la perquisizione domiciliare che ha coinvolto i militari della stazione Prima Porta e del Nucleo operativo della Compagnia Cassia, portando alla luce l’immenso deposito illegale.
All’interno dell’appartamento sono stati trovati un uomo di 66 anni, pensionato, e suo figlio di 38, quest’ultimo con precedenti specifici. La figura degli indagati delinea un profilo di particolare interesse per gli investigatori: si tratta di persone apparentemente distanti dai grandi circuiti criminali, i cosiddetti insospettabili, scelti proprio per la loro capacità di passare inosservati. Come evidenziato dagli inquirenti, il ruolo dei tre sarebbe stato quello di «rette» o intermediari per la consegna, figure fondamentali per garantire la sicurezza dei carichi più preziosi. Il 38enne, pur avendo precedenti, non risulta legato alle storiche famiglie criminali romane, un dettaglio che suggerisce l’arruolamento di nuove leve nel tentativo di eludere la sorveglianza delle forze dell’ordine.
L’entità del sequestro, che ammonta esattamente a 459,6 chili di hashish e cinque chili di marijuana, indica chiaramente la presenza di un’organizzazione molto ampia e strutturata alle spalle dei tre arrestati. Durante il blitz sono stati sequestrati anche quattro telefoni cellulari, alcuni dei quali obsoleti e usati probabilmente come «citofoni» per comunicazioni rapide e difficilmente rintracciabili, altri invece di ultima generazione. Oltre alla tecnologia, sono stati rinvenuti appunti manoscritti con cifre e nomi, che ora sono al vaglio degli analisti per risalire alla rete di vendita e ai fornitori. I marchi impressi su alcuni panetti verranno ora comparati con quelli sequestrati in altre operazioni per mappare i canali di approvvigionamento della droga a livello regionale.
Il giudice per le indagini preliminari ha convalidato l’arresto dei tre uomini con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio. Per l’imprenditore di 53 anni e per il 38enne è stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre l’anziano pensionato è stato posto agli arresti domiciliari. Resta il mistero su chi abbia materialmente affidato un tale quantitativo di stupefacente a tre soggetti così anonimi, confermando l’ipotesi che quell’appartamento rappresentasse un deposito «eccellente» nel cuore di una periferia poco frequentata e sicuramente lontana dalle più note e controllate piazze di spaccio romane. Le indagini proseguono ora per identificare i vertici della struttura che gestiva il traffico.
M.M.