
Terminano gli scavi alla Casa del Jazz, ma nessuna risposta al mistero Adinolfi
Cinque mesi di fatiche intense, di scavi condotti a mani nude in cunicoli quasi inaccessibili e di sondaggi tecnici effettuati perfino attraverso le spesse mura perimetrali non hanno portato alla luce la svolta sperata in uno dei gialli più fitti della cronaca romana. Sotto la Casa del Jazz, un tempo sontuosa dimora di Enrico Nicoletti, non sono emerse «novità rilevanti», come ha dovuto ammettere con una certa amarezza il prefetto Lamberto Giannini durante la conferenza stampa convocata per fare il punto su questa complessa operazione. L’obiettivo era ambizioso e carico di significato civile: trovare i resti del giudice Paolo Adinolfi, il magistrato che scomparve nel nulla il 2 luglio del 1994 dopo aver indagato a fondo sugli affari oscuri legati al patrimonio della Banda della Magliana.
Le ricerche si sono concentrate nelle viscere di quella che un tempo era conosciuta come Villa Osio, ma il sottosuolo ha restituito soltanto frammenti di un passato meno drammatico, come alcune ossa di origine animale e vecchie bottiglie di vino dimenticate. Non sono stati rinvenuti documenti scottanti, né armi o gioielli che potessero essere ricondotti alla figura del magistrato o alle attività criminali di Nicoletti. La speranza delle istituzioni resta quella che il clamore suscitato da questi lavori possa spingere qualcuno a rompere il silenzio, fornendo indicazioni utili per restituire finalmente un corpo alla famiglia.
Il peso del silenzio grava soprattutto sui figli del giudice, Giovanna e Lorenzo Adinolfi. Quest’ultimo ha seguito le operazioni con una costanza ammirevole, presentandosi quasi ogni mattina sul luogo degli scavi per testimoniare la sua sete di giustizia. Accanto a lui si è spesso visto Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che continua la sua storica battaglia per la verità. Pietro Orlandi ha espresso un pensiero che lega i due misteri capitolini, affermando che sebbene non sperasse di trovare i resti di sua sorella in quel luogo, nutriva il dubbio che il boss Enrico De Pedis potesse aver utilizzato quegli spazi angusti per nascondere oggetti o prove riguardanti Emanuela. «Ho la certezza che si arriverà alla verità» ha dichiarato Orlandi, suggerendo che i sotterranei potessero aver custodito segreti inconfessabili per decenni.
Il sospetto che qualcosa sia stato rimosso in passato rimane forte, alimentato dalle parole del giudice Guglielmo Muntoni, ex collega e amico fraterno di Adinolfi. Muntoni ha ricordato come nel 1994, subito dopo l’ondata di arresti che colpì l’organizzazione criminale, fu scoperto il progetto di una enorme cantina di lusso che Nicoletti intendeva costruire. Tuttavia, poco prima che scattasse il sequestro giudiziario, i tunnel vennero improvvisamente riempiti di detriti e materiali di risulta, rendendoli del tutto inagibili. Secondo Muntoni, non si può escludere che tra il 1994 e il 1996, nonostante i sigilli, qualcuno abbia avuto la possibilità di accedere alla villa per recuperare quanto era stato occultato.
Proprio Muntoni, nel suo ruolo presso la Camera di Commercio di Roma, ha dato l’impulso decisivo per riprendere le ricerche lo scorso novembre, ipotizzando inizialmente la creazione di una fungaia nei sotterranei per giustificare i lavori. Quando le risorse economiche sono venute a mancare, è intervenuto il prefetto Giannini per garantire il proseguimento dell’opera con il supporto delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco. Questi ultimi hanno scavato due tunnel significativi, uno partendo dal patio di una ex dependance e l’altro dai sotterranei di un centro sportivo limitrofo, coprendo una distanza totale di venticinque metri.
L’operazione ha visto una cooperazione senza precedenti tra carabinieri, polizia, guardia di finanza, esercito e diverse soprintendenze, oltre al contributo scientifico della Sapienza e di enti come Musica per Roma. Il prefetto ha voluto rivendicare la necessità morale dell’intervento: «non potevamo lasciare che in un bene pubblico come la Casa del Jazz, che prima era a disposizione di esponenti di spicco della criminalità organizzata, ci fossero zone inesplorate». Anche se il terreno non ha parlato, la bonifica integrale di questi spazi segna un passo importante nella riappropriazione della legalità su un territorio che per troppo tempo è stato dominio dell’ombra.
M.M.