
Condannato il capo della gang che sequestrò e torturò un 46enne
In un panorama criminale dove la violenza diventa spesso l’unico codice di risoluzione per i torti subiti, la vicenda che ha interessato le cronache giudiziarie romane nelle ultime ore restituisce un quadro di efferatezza difficilmente immaginabile. Al centro della storia c’è Fabrizio Giannetti, figura nota alle forze dell’ordine e indicato dagli inquirenti come il reggente della zona di Fonte Nuova, soprannominato Tonno negli ambienti della malavita locale. La sentenza di primo grado emessa ieri ha stabilito per lui una condanna a otto anni e mezzo di reclusione, riconoscendolo colpevole di sequestro di persona a scopo estorsivo e lesioni gravissime. Il caso affonda le sue radici in una notte di ordinaria follia consumata tra il 4 e il 5 settembre del 2018, quando un uomo di 46 anni, che si spacciava per un avvocato in grado di facilitare pratiche amministrative, è caduto nella trappola di chi aveva cercato di truffare.
La vittima del pestaggio aveva promesso l’ottenimento di due patenti di guida, ricevendo in cambio una somma complessiva di 4.500 euro. Tuttavia, al momento della consegna, i documenti si sono rivelati essere delle riproduzioni palesemente contraffatte, scatenando una reazione punitiva della gang di Giannetti di una ferocia inaudita. Secondo quanto emerso dal dibattimento e dalle precedenti sentenze definitive che hanno già colpito i complici, il finto professionista è stato immobilizzato e caricato a forza su un’autovettura, dando inizio a un calvario durato diverse ore attraverso varie località della provincia romana. In questa spedizione punitiva, il ruolo di Giannetti sarebbe stato quello di coordinatore e istigatore delle violenze più brutali. L’uomo sequestrato è stato colpito ripetutamente con martellate sulle ginocchia, pugni e calci al volto, venendo persino minacciato di subire l’amputazione di un dito tramite l’uso di un machete.
Le indagini condotte dal pubblico ministero Carlo Villani hanno beneficiato in modo determinante delle intercettazioni ambientali effettuate all’interno delle carceri dove erano già detenuti gli altri tre responsabili del pestaggio brutale. Proprio in questi dialoghi, catturati mentre i complici parlavano con i propri familiari, sono emersi i riferimenti diretti alla posizione di Tonno e al suo obbligo morale di sostenere economicamente le loro famiglie durante il periodo di detenzione. In un passaggio particolarmente significativo delle conversazioni captate, uno dei condannati esprimeva chiaramente il suo risentimento e le sue aspettative: «Io sto qui per lui, se prendo venti anni mi deve campare a vita la famiglia». Queste parole, unite alla testimonianza della vittima che ha riportato oltre 40 giorni di prognosi dopo le dimissioni dall’ospedale, hanno permesso di ricostruire la gerarchia criminale che governava il territorio di Fonte Nuova e di inchiodare Giannetti alle sue responsabilità.
Nonostante i tentativi della difesa di ridimensionare il ruolo dell’imputato, il tribunale ha accolto l’impianto accusatorio, sancendo che quella notte non si trattò di una semplice rissa ma di un piano orchestrato per estorcere denaro e ripristinare il rispetto criminale attraverso la tortura. La sosta forzata in una zona boscosa, dove intervennero anche soggetti incappucciati che minacciarono di strozzare il malcapitato, e il successivo trattenimento della vittima fino all’alba evidenziano una capacità organizzativa che va ben oltre la reazione d’impeto. L’uomo era stato trascinato da una casa all’altra, passando per piazza delle Mimose, dove per due ore era stato bersaglio di ulteriori percosse e minacce effettuate persino con una scacciacani.
M.M.