Il finto 007 offriva assunzioni nei servizi segreti in cambio di denaro

15/03/2026

Un badge regolare, la sicurezza di chi conosce i corridoi a memoria e una spavalderia tale da convincere chiunque di essere un pezzo grosso delle istituzioni. Andrea Visentin, ora ai domiciliari con le pesanti accuse di millantato credito e truffa, sembra essere uscito da un romanzo di spionaggio. Per anni l’uomo avrebbe frequentato il palazzo di Largo Chigi 19, sede distaccata della Presidenza del Consiglio, riuscendo a muoversi con una libertà che oggi appare inspiegabile. Non si limitava a varcare i tornelli, ma sosteneva addirittura di possedere un ufficio privato all’interno della struttura, completo di chiavi personali, dove si presentava come una figura di raccordo tra i ministeri e i servizi segreti.

La sua capacità di mimetizzarsi tra le maglie della burocrazia romana era tale che Visentin utilizzava abitualmente un parcheggio riservato ai dipendenti governativi, parcheggiando vetture di lusso come Porsche e Bmw dotate di lampeggianti e palette istituzionali. La messinscena non si fermava ai palazzi del Governo, poiché il presunto impostore era di casa anche alla Corte di Cassazione a piazza Cavour. In quegli uffici prestigiosi, tra magistrati e funzionari, si aggirava con la stessa disinvoltura di chi ricopre cariche ufficiali. Il castello di carte ha iniziato a crollare quando la Digos lo ha fermato lunedì scorso insieme a tre giovani che lo accompagnavano come una scorta d’onore. Questi ragazzi, convinti di aver finalmente trovato un impiego prestigioso nello Stato, esibivano tesserini e una placca della Polizia che si sono poi rivelati falsi o, nel caso del distintivo, rubati.

I tre giovani sono passati in breve tempo da angeli custodi a principali accusatori, denunciando Visentin per aver sottratto loro una cifra complessiva di circa 150mila euro con la vana promessa di un’assunzione definitiva nei servizi segreti. Uno di loro ha ricostruito con amarezza l’inizio del rapporto: «l’ho conosciuto nel bar sotto casa, diceva di essere un viceprefetto. Dopo un po’ di tempo mi ha detto che si era presentata l’opportunità di entrare come segretario amministrativo alla Presidenza del Consiglio, gli ho dato 50mila euro». Il racconto prosegue delineando una manipolazione psicologica raffinata, dove il finto 007 alzava continuamente la posta in gioco. «Dopo un po’ di tempo mi ha proposto un ruolo migliore: lavorare con lui, come agente dei servizi segreti. Ha detto che i soldi servivano per pagare un suo superiore ».

A confermare l’incredibile facilità con cui l’indagato entrava nelle sedi istituzionali è stato il responsabile dell’Ufficio Passi di Largo Chigi 19. Sentito dagli agenti della Digos, il funzionario ha ammesso di aver visto Visentin frequentare gli uffici tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, sempre munito di un badge che gli permetteva di superare i controlli elettronici senza destare sospetti. In quel periodo, l’uomo sosteneva di collaborare direttamente con un ministro. La fiducia nei suoi confronti era tale che Visentin era stato persino invitato alla festa di pensionamento di un alto dirigente lo scorso febbraio, occasione in cui aveva socializzato amichevolmente con tutto il personale, scorta al seguito.

Dopo una breve sparizione, si era ripresentato millantando un nuovo incarico come viceprefetto del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, il Dis. Davanti al giudice per le indagini preliminari, Visentin ha scelto inizialmente la via del silenzio, ma il suo legale ha chiarito che l’intenzione è quella di collaborare.

Resta il mistero su come un uomo già noto alle forze dell’ordine per essersi in passato spacciato per carabiniere sia riuscito a infiltrarsi così profondamente nel cuore del potere. Gli stessi ragazzi della scorta, ora indagati per il possesso dei documenti falsi pur dichiarandosi vittime, rimangono increduli di fronte alla facilità con cui il loro datore di lavoro veniva accolto. Uno dei giovani raggirati ha infatti concluso la sua testimonianza sottolineando un dettaglio inquietante per la sicurezza nazionale: «entravamo in Cassazione, parlava con esponenti delle forze dell’ordine, entrava negli uffici. Diceva di avere un ufficio a Largo Chigi 19. Quando ci hanno fermati abbiamo scoperto che era tutto finto. Non capisco come sia possibile: nei palazzi istituzionali lo salutavano tutti ».

M.M.

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