Missile iraniano sulla base italiana in Iraq, nessun ferito tra i militari

12/03/2026

La posizione geografica di Erbil la rende, purtroppo, un obiettivo quasi scontato in questa delicata fase del conflitto mediorientale. Si trova troppo vicina a quel confine dove si mescolano vecchi residui del jihadismo settentrionale e milizie irregolari sempre pronte a sostenere i pasdaran iraniani, o al contrario a tentare il rovesciamento del regime di Teheran. Quello che si temeva fin dal giorno in cui gli Stati Uniti e Israele hanno fatto scattare i primi raid contro l’Iran si è concretizzato ieri sera: un missile è piombato nel vasto compound di Camp Singara mentre l’oscurità avvolgeva già la capitale del Kurdistan iracheno. L’ordigno ha centrato con precisione proprio il settore che ospita il contingente italiano, un evento che trascina prepotentemente i nostri militari nel cuore pulsante di un conflitto che continua a infiammare l’intera regione senza sosta. Nonostante la gravità dell’impatto, le notizie giunte nelle ore successive hanno portato un sospiro di sollievo ai vertici della Difesa e alle famiglie a casa.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha voluto rassicurare immediatamente l’opinione pubblica dopo aver parlato direttamente con i responsabili sul campo: «Ho parlato personalmente con il comandante della nostra base e posso dare conferma che nessuno dei nostri militari è rimasto ferito». La preoccupazione resta in ogni caso altissima. Anche il Capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, si è messo in contatto con Erbil per analizzare la dinamica dell’attacco e valutare se si sia trattato di un errore di puntamento o di una provocazione deliberata volta a colpire un simbolo della coalizione internazionale.

Anche dal Ministero degli Esteri è arrivata una ferma presa di posizione contro l’escalation nell’area. Antonio Tajani ha contattato l’ambasciatore d’Italia in Iraq per accertarsi che le procedure di sicurezza avessero funzionato correttamente e che il personale fosse al riparo. Il ministro ha poi espresso il suo ringraziamento per il lavoro svolto quotidianamente dagli uomini impegnati nella missione: « Ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil. Ho appena parlato con l’ambasciatore d’Italia in Iraq. Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria». La base di Camp Singara non è una struttura qualunque; è un’area immensa che confina con l’aeroporto civile e ospita diverse nazioni, con gli italiani sistemati in moduli abitativi containerizzati che fungono da alloggi, mense e uffici operativi.

Dal momento in cui i caccia mandati in Medio Oriente hanno iniziato a colpire obiettivi sensibili in territorio iraniano, il livello di allerta a Erbil è stato portato ai massimi livelli. La scelta della capitale curda come bersaglio non è affatto casuale: rappresenta lo spazio dove l’esercito degli Stati Uniti ha schierato il maggior numero di truppe e rafforzato la propria collaborazione strategica con il governo di Baghdad, nonostante la natura di regione autonoma del territorio. Il Kurdistan iracheno è visto con sospetto da Teheran anche perché le milizie curde locali sono sospettate di pianificare un’avanzata di terra oltre il confine con il supporto strategico dell’intelligence di Washington. Proprio per questo motivo, gli italiani della missione Prima Parthica si trovano a operare in un contesto di estrema fragilità diplomatica e militare.

Circa 400 uomini compongono attualmente il contingente italiano, impegnato principalmente nell’addestramento dei poliziotti e dei militari locali che hanno il difficile compito di evitare che il califfato possa risorgere dalle proprie ceneri a dieci anni dalla sua caduta. La presenza italiana è iniziata nel 2014, in un periodo in cui la minaccia jihadista rischiava di destabilizzare l’intero mondo con l’ombra di un attacco alla diga di Mossul. Oggi, quegli stessi addestratori vivono gran parte della loro giornata all’interno dei bunker protetti, cercando di portare avanti la missione nonostante il clima sia cambiato radicalmente. L’Italia mantiene così il suo ruolo centrale nel coordinamento dell’addestramento delle forze locali, cercando di agire come elemento di stabilità in un Medio Oriente che sembra correre verso un’escalation incontrollabile, confermando che Erbil è oggi molto più di una semplice base logistica: è un avamposto vitale della nostra politica estera.

Marco Mussini

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