Nucleare, il dietrofront di von der Leyen e la scommessa dell’Italia

11/03/2026

Finita la sbornia “green” e l’illusione che per l’indipendenza energetica bastassero un po’ di pannelli fotovoltaici e delle pale eoliche, l’Europa si trova a fare i conti con la cruda realtà e compie un passo indietro simbolico per farne uno in avanti estremamente concreto, ammettendo che la transizione energetica del continente non può più prescindere dalla stabilità garantita dall’atomo. In un momento storico segnato dalla volatilità estrema dei mercati e dalla necessità di una sovranità energetica che non sia solo un esercizio retorico, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha scelto il palcoscenico di Boulogne-Billancourt per siglare un cambio di rotta che molti osservatori definiscono epocale. Le sue parole durante il vertice parigino non hanno lasciato spazio a interpretazioni nostalgiche, definendo la passata diffidenza continentale verso questa fonte come una valutazione errata che ha finito per indebolire la resilienza dell’Unione. Lo ha infatti ammesso senza troppi giri di parole: «Voltare le spalle a una fonte affidabile, economica e a basse emissioni è stato un errore strategico da parte nostra».

Proprio nel giorno in cui il mondo ricorda il quindicesimo anniversario del disastro di Fukushima, l’Europa decide di guardare oltre le paure che quindici anni fa spinsero diverse nazioni a spegnere i propri reattori, sottolineando come la quota di elettricità prodotta dal nucleare sia crollata in modo preoccupante. La leader della Commissione ha ricordato i dati della produzione energetica comunitaria: «Nel 1990 un terzo dell’elettricità europea proveniva dal nucleare, mentre oggi solo il 15%». Questa metamorfosi politica si fonda sulla necessità impellente di affrancarsi dalla dipendenza da volumi di idrocarburi spesso troppo costosi e politicamente instabili. Per l’esecutivo europeo, la sfida tecnologica si gioca ora sulla nuova generazione di impianti, tanto che von der Leyen ha ribadito con forza come «l’Ue ha le carte per essere leader nella tecnologia nucleare di nuova generazione», puntando con decisione sui mini-reattori modulari che Bruxelles vorrebbe vedere in funzione entro l’inizio del prossimo decennio.

In questo scenario di rinnovato interesse per l’atomo civile, anche l’Italia ha deciso di riaprire un dossier che sembrava chiuso dai passati referendum, cercando di costruire un percorso basato su pragmatismo e neutralità tecnologica. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, partecipando all’appuntamento promosso dalla Francia, ha confermato la volontà del governo di partecipare attivamente alla corsa globale per triplicare la capacità nucleare entro la metà del secolo. Il ministro ha infatti annunciato che «l’Italia ha deciso di aderire all’impegno di triplicare la capacità nucleare globale» originariamente sottoscritto durante la Cop28 di Dubai. Secondo la visione italiana, il Paese ha imboccato una strada chiara, poiché Pichetto Fratin rivendica che l’Italia «sta costruendo una strategia nucleare responsabile, moderna e trasparente» che potrebbe arrivare a garantire una «copertura potenziale della domanda elettrica tra l’11% e il 22%» nel lungo periodo.

Nonostante il clima di generale apertura di Bruxelles, il fronte europeo rimane diviso da posizioni profondamente diverse. La Germania, attualmente guidata dal cancelliere Friedrich Merz, pur osservando l’evoluzione dei propri vicini, ha ribadito che la scelta di abbandonare l’atomo per il proprio territorio nazionale non verrà rivista. Il cancelliere ha infatti chiarito che il percorso di uscita del suo Paese «è irreversibile», confermando la linea tracciata con lo spegnimento degli ultimi reattori nel 2023. Da Berlino sono arrivate anche critiche piuttosto esplicite verso la linea della Commissione, con il ministro dell’Ambiente Carsten Schneider che ha definito la nuova rotta europea come una scelta «che guarda al passato. Solare e eolico sono meno costosi e non producono scorie radioattive».

A Strasburgo e Bruxelles si parla però apertamente di un rinascimento nucleare che unisce le ambizioni di decarbonizzazione alla sovranità industriale. Nicola Procaccini, capogruppo dei conservatori all’Europarlamento, ha accolto con un pizzico di ironia questo cambio di rotta, sottolineando come la sua parte politica sostenga da tempo queste posizioni: «Sono anni che diciamo che è un modo per raggiungere la sovranità energetica». La questione più complessa resta tuttavia quella dei finanziamenti, dato che al momento mancano fondi pubblici dedicati su larga scala. La Commissione ha annunciato una garanzia finanziaria da duecento milioni di euro per stimolare gli investimenti privati, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha rivolto un appello diretto al mondo della finanza invitando «banche e fondi di investimento a fare uno sforzo» per sostenere la costruzione dei nuovi impianti. Resta infine da risolvere il nodo della dipendenza dall’estero per l’uranio, un legame con la Russia che Bruxelles intende recidere attraverso nuove misure di sicurezza sugli approvvigionamenti che verranno presentate prossimamente.

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