L’Italia guida il fronte dei Paesi UE contro le tasse green

18/03/2026

L’Europa si trova nuovamente a un bivio decisivo per il proprio futuro industriale ed energetico. Al centro della contesa c’è il sistema Ets, ovvero il meccanismo dei permessi di emissione di anidride carbonica che obbliga le centrali elettriche e le industrie energivore a pagare per ogni tonnellata di CO2 rilasciata nell’atmosfera. Quella che per anni è stata considerata la pietra angolare delle politiche ambientali europee è oggi diventata, agli occhi di Roma, una zavorra insopportabile per la competitività nazionale, specialmente in un momento storico in cui i prezzi dell’energia sono tornati a impennarsi sotto i colpi della crisi in Medio Oriente e della volatilità dei mercati fossili.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha espresso con estrema chiarezza i timori del governo italiano, sottolineando come il conflitto tra Israele e Iran stia alterando profondamente i mercati delle materie prime. Durante il Consiglio Ambiente, il ministro ha evidenziato come questa situazione stia avendo conseguenze molto pesanti per il nostro Paese, avvertendo che se la guerra dovesse prolungarsi, diventerà un problema di portata mondiale. In questo scenario, il peso dei crediti di anidride carbonica sulla bolletta elettrica italiana è stimato in oltre 7 miliardi di euro, una cifra che Roma considera ormai paragonabile a una vera e propria imposta che finisce per triplicare il valore dei permessi nel calcolo del prezzo finale dell’energia per le imprese.

Per questo motivo, l’Italia sta guidando un fronte di 9 Paesi, che comprende Grecia, Croazia, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria e Polonia, uniti dalla preoccupazione per l’incidenza di questo meccanismo sulle economie nazionali. La richiesta italiana è netta e ambiziosa, puntando a una correzione urgente del sistema per salvaguardare la produzione industriale. «Chiediamo la sospensione dell’Ets per il termoelettrico, oppure una soluzione che porti al risultato di non far incidere, praticamente triplicandolo, il valore dei permessi sul prezzo dell’energia», ha spiegato Pichetto. Non si tratta, secondo il ministro, di mettere in discussione il principio ecologico che sta dietro allo schema, quanto piuttosto di correggere la distorsione che esso genera sulla produzione di elettricità da fonti termiche, rendendo i costi operativi insostenibili.

Accanto all’Italia, l’Ungheria di Budapest si spinge ancora oltre, proponendo non solo la semplificazione del regime attuale, ritenuto troppo gravoso, ma anche l’esenzione totale per le centrali a gas naturale e l’introduzione di un tetto massimo al prezzo dei permessi a inquinare. Dall’altra parte della barricata restano i Paesi del Nord Europa e la Spagna, fermamente intenzionati a non smantellare un pilastro che vanta oltre vent’anni di storia e che ha garantito finora la traiettoria di decarbonizzazione dell’Unione. La Commissione Europea, pur difendendo l’impianto generale, sembra però aver recepito la necessità di un intervento correttivo. Il commissario al Clima, Wopke Hoekstra, ha aperto alla possibilità di accelerare i tempi della revisione, inizialmente prevista per l’estate, promettendo misure a breve termine sulla riserva di stabilità e sui parametri di riferimento.

L’obiettivo, come anticipato anche dalla presidente Ursula von der Leyen, è quello di rafforzare uno scudo capace di tenere i prezzi sotto controllo nel breve periodo, aumentando la disponibilità di quote gratuite o immettendo sul mercato nuovi volumi di titoli per calmierare i costi complessivi. In questo dibattito si inserisce anche il tema dell’autonomia strategica, con il vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto che richiama l’attenzione sulla sicurezza degli approvvigionamenti delle materie prime e sulla necessità di estrarre e trasformare internamente almeno una parte consistente delle terre rare entro il 2030.

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