Spreco alimentare: calano i consumi ma il valore perso è di 13 miliardi

03/02/2026

Il volto dell’Italia che si siede a tavola sta cambiando, mostrandosi decisamente meno incline allo spreco rispetto al passato recente. Secondo i dati emersi dal Rapporto Il caso Italia 2026, curato dall’Osservatorio Waste Watcher International, il Paese ha registrato una significativa inversione di tendenza: ben il 10% di cibo in meno finisce oggi nella spazzatura rispetto all’anno precedente. Questo progresso, documentato in occasione della tredicesima Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare che si celebra il 5 febbraio, indica che dal febbraio 2025 la quota di alimenti gettati è scesa di 63,9 grammi, stabilizzandosi su una media di 554 grammi pro capite a settimana. Sebbene il dato fotografi un popolo più virtuoso e attento alla gestione delle proprie risorse, la quantità di cibo che ancora viene dissipata resta impressionante sotto il profilo economico, con un valore che tocca i 7 miliardi di euro soltanto per quanto riguarda lo spreco domestico.

Questa fotografia, scattata dalla campagna pubblica di sensibilizzazione Spreco Zero, mette però in luce una realtà complessa in cui gli obiettivi internazionali appaiono ancora distanti. Nonostante il miglioramento, l’Italia rimane lontana dal traguardo fissato dalle Nazioni Unite per il 2030, che prevede il dimezzamento degli sprechi alimentari globali. Il cammino verso una sostenibilità piena passa attraverso una singolare dinamica generazionale che vede contrapposti, ma potenzialmente alleati, i cittadini più anziani e i giovanissimi. I veri trascinatori di questa evoluzione sono i cosiddetti boomer, ovvero i nati tra il 1946 e il 1964, che si confermano la locomotiva della prevenzione con appena 352 grammi di cibo sprecato settimanalmente. All’estremo opposto troviamo i ragazzi della generazione Z, i quali, pur essendo molto sensibili ai temi ambientali, faticano sul piano dell’organizzazione pratica arrivando a buttare quasi 800 grammi di alimenti ogni sette giorni.

Secondo Andrea Segrè, direttore scientifico dell’Osservatorio, la chiave per vincere questa sfida risiede proprio nell’incontro tra queste due fasce d’età. Egli sostiene che la fragilità organizzativa dei giovani possa essere colmata dall’esperienza dei più adulti, mentre la padronanza digitale dei primi possa modernizzare le antiche pratiche di risparmio. «È qui che nasce l’intelligenza intergenerazionale: quando l’esperienza incontra la tecnologia, quando il sapere pratico dei più anziani viene tradotto in nuovi linguaggi dai più giovani. Solo favorendo questo scambio possiamo davvero dimezzare lo spreco alimentare entro i prossimi quattro anni», commenta Segrè. Questa sinergia tra saggezza e innovazione appare indispensabile se si considera che la somma totale delle perdite lungo l’intera filiera italiana raggiunge la cifra vertiginosa di 13 miliardi e mezzo di euro, corrispondenti a oltre 5 milioni di tonnellate di cibo.

Analizzando la filiera nel suo complesso, oltre ai già citati 7,3 miliardi persi nelle case degli italiani, si sommano quasi 4 miliardi imputabili alla distribuzione organizzata, circa 862 milioni riconducibili al settore industriale e oltre un miliardo di euro che viene disperso direttamente nei campi prima ancora di raggiungere il mercato. Geograficamente, l’Italia appare divisa: il Nord si dimostra l’area più attenta con una riduzione del 7% degli sprechi, mentre il Sud fa registrare un incremento della stessa entità. Anche la composizione del nucleo familiare incide pesantemente sulle abitudini di consumo, poiché le famiglie con figli risultano essere più parsimoniose, riducendo lo spreco del 10%. Per quanto riguarda le tipologie di prodotti che più frequentemente finiscono nei rifiuti, la classifica è dominata dai prodotti freschi. In cima troviamo la frutta, seguita dalla verdura e dal pane fresco. Non mancano poi le insalate e i tuberi come cipolle e aglio, a dimostrazione di come la gestione dei prodotti deperibili resti la sfida principale per il consumatore moderno che cerca di conciliare ritmi di vita frenetici e rispetto per le risorse alimentari.

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