
A Roma e nel Lazio risorge l’impero del tabacco clandestino
Il contrabbando di tabacco ha smesso i panni della vendita al dettaglio sui marciapiedi per trasformarsi in una vera e propria filiera industriale illegale, un colosso capace di muovere un giro d’affari milionario che attraversa silenziosamente l’hinterland romano. La Guardia di Finanza, che negli ultimi tempi ha intensificato i blitz contro quella che viene definita il “bancomat della criminalità organizzata”, ha portato alla luce un sistema complesso fatto di capannoni-fabbrica, tir per il trasporto e una logistica capillare. Gli allarmi più significativi sono scattati tra Roma e Pomezia, dove le Fiamme Gialle hanno intercettato un carico monumentale di 82 tonnellate di bionde contraffatte, identiche in tutto agli originali, perfino nel packaging. Questo singolo sequestro ha svelato un’evasione d’imposta che supera i 19 milioni di euro, confermando come la Capitale sia diventata uno snodo nevralgico per le nuove rotte del fumo clandestino.
L’indagine ha permesso di accertare che il tabacco lavorato nel sito di Pomezia era destinato in gran parte al mercato del Regno Unito, dove i prezzi elevati garantiscono profitti enormi alle organizzazioni criminali. Come spiegato dagli inquirenti del comando generale, “la destinazione del tabacco illegale è perlopiù il nord Europa dove un pacchetto di sigarette costa anche più del doppio rispetto all’Italia e dunque lo smercio di prodotti contraffatti assicura maggiori ricavi”. Ma il vero cuore della produzione è stato scoperto a Cassino, dove lo scorso settembre i finanzieri si sono trovati davanti a uno scenario da film: un bunker sotterraneo che ospitava la più grande fabbrica di tabacchi clandestini mai sequestrata in Europa. Con tre linee produttive attive 24 ore su 24, questa struttura era in grado di assemblare sette milioni di sigarette al giorno, per un valore annuo potenziale di ben 900 milioni di euro.
Dietro questi investimenti massicci e l’impiego di macchinari all’avanguardia si muoverebbero le mafie dell’est Europa, in particolare gruppi criminali romeni, moldavi e ucraini che forniscono sia i capitali che la manovalanza specializzata. Tuttavia, il sospetto degli investigatori è che a tirare i fili di questo business nel territorio laziale siano clan locali radicati, capaci di garantire la protezione e la logistica necessaria per far sparire tonnellate di merce in transito. Questo fenomeno non è isolato: distretti industriali del contrabbando sono stati individuati anche nel torinese, a Foggia e a Piacenza, segno di una strategia di delocalizzazione criminale che mira a diversificare i rischi e saturare i mercati.
Anche i grandi scali aeroportuali di Fiumicino e Ciampino riflettono questa preoccupante ascesa. Solo nel 2025, negli aeroporti romani sono state sequestrate oltre 15mila stecche di sigarette, con sanzioni amministrative che superano i 2 milioni di euro. L’aumento del contrabbando negli scali doganali sarebbe alimentato, secondo i finanzieri, “dall’inflazione che sta vivendo, in questi ultimi anni, il mercato del tabacco”, spingendo singoli corrieri e organizzazioni a rischiare il transito di carichi pesanti provenienti da paesi come l’Egitto, la Cina, la Moldavia e il Marocco. Nel solo mese di febbraio, due passeggeri provenienti da Atene sono stati intercettati con oltre 128 chili di tabacco nascosti nei bagagli da stiva, a dimostrazione di come ogni varco, fisico o digitale, venga sfruttato per alimentare una domanda che non accenna a diminuire nonostante i rischi per la salute e la legalità.
M.M.