
Roma chiede all’UE la sospensione della tassa green per salvare l’industria
L’offensiva diplomatica di Roma nei confronti delle politiche climatiche di Bruxelles segna un nuovo, determinante capitolo nel dibattito sulla transizione ecologica del continente. Nel cuore della discussione politica del 2026, l’Italia ha ufficialmente manifestato l’intenzione di mettere in pausa le regole dell’Ets, il sistema europeo fondato sul principio del chi inquina paga, in attesa di una riforma strutturale che ne riveda profondamente i presupposti. Il meccanismo, che obbliga le imprese energivore e le centrali elettriche a munirsi di permessi per ogni tonnellata di anidride carbonica emessa, è finito nel mirino del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, il quale non ha usato giri di parole per descrivere l’attuale assetto normativo durante il suo recente intervento a Bruxelles. Secondo il titolare del dicastero, lo schema ventennale avrebbe perso la sua funzione originaria di stimolo all’innovazione, trasformandosi in un ostacolo per la produzione nazionale.
«Come formulato oggi, il meccanismo dell’Ets è solo una tassa, un dazio interno sulle aziende europee che incide sui costi e ne limita la competitività», ha affermato Urso poco prima di incontrare i propri omologhi responsabili della politica industriale. L’affondo italiano punta a evidenziare un presunto duplice effetto perverso che, secondo il ministro, favorirebbe le speculazioni finanziarie a scapito della stabilità dei mercati e costringerebbe molte realtà produttive a delocalizzare le emissioni verso altri continenti dove le regole ambientali sono meno stringenti. Le dichiarazioni di Urso hanno immediatamente scosso la borsa di riferimento, provocando una discesa del prezzo delle quote sotto la soglia dei 70 euro a tonnellata, un valore sensibilmente inferiore rispetto ai 90 euro registrati soltanto un mese prima. Questa volatilità conferma quanto il dossier sia considerato sensibile dagli investitori e dai vertici aziendali.
A dare manforte alla linea del ministro è intervenuta direttamente la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha ribadito la centralità della questione energetica per il futuro dell’Unione. Nel corso di un punto stampa congiunto con il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Christodoulides, la premier ha chiarito che se l’Europa vuole mantenere un ruolo di rilievo nello scacchiere globale deve agire prioritariamente sull’abbattimento dei costi dell’energia e sulla riduzione degli oneri amministrativi. «Se l’Europa vuole contare, deve rafforzare il proprio mercato interno e ridurre gli oneri amministrativi», ha dichiarato Meloni, aggiungendo che non è sostenibile chiedere alle imprese italiane di competere a livello internazionale partendo da una condizione di svantaggio strutturale sui prezzi energetici. La questione sarà portata al tavolo dei leader europei nel prossimo vertice del 19 marzo a Bruxelles, data in cui il governo si aspetta risposte concrete e tangibili.
Sebbene l’Italia si sia esposta in modo particolarmente deciso, non è isolata nella sua richiesta di revisione. Roma agisce infatti nel quadro del coordinamento dei Paesi Amici dell’Industria, un gruppo che comprende anche Francia, Germania e Polonia. Nonostante le sfumature diverse, l’obiettivo comune rimane quello di proteggere la manifattura europea. Se da un lato la tedesca Katherina Reiche auspica una riforma rapida e il francese Sébastien Martin concorda sulla necessità di ridiscutere diversi punti chiave, dall’altro Varsavia spinge per un blocco mirato dell’eliminazione delle quote gratuite per salvaguardare la propria industria pesante. Una timida apertura è giunta dal commissario Stéphane Séjourné, il quale ha riconosciuto che l’Ets dovrebbe tornare a essere percepito come uno strumento di investimento piuttosto che come una semplice imposizione fiscale.
Di parere opposto resta invece Ursula von der Leyen, che ha recentemente difeso il sistema citando dati incoraggianti: dalla sua introduzione, le emissioni nel continente sono diminuite del 39% a fronte di una crescita economica dei settori coinvolti pari al 71%. Per la presidente della Commissione, decarbonizzazione e competitività possono e devono convivere, purché i proventi del sistema vengano reinvestiti con maggiore efficacia proprio nell’industria. Questa posizione è sostenuta anche dalle sigle ambientaliste e dal think tank italiano Ecco, secondo cui una sospensione delle regole finirebbe solo per aumentare l’incertezza per gli investitori che hanno già scommesso sulle tecnologie verdi. La battaglia politica si preannuncia quindi serrata e destinata a culminare nella grande riforma attesa per il mese di luglio, quando l’Europa dovrà decidere se confermare o ridimensionare uno dei pilastri storici del Green Deal.