
Roma, condannato manager: speso un milione di euro in lussi e OnlyFans
Aveva sottratto somme ingenti alla sua azienda, per spenderli in acquisti di lusso e abbonamenti sulla piattaforma OnlyFans. Un uomo di 36 anni, che per lungo tempo è stato il volto fidato della gestione amministrativa di una società specializzata in infrastrutture digitali, ha ricevuto così una condanna in primo grado a 4 anni e 3 mesi di reclusione. L’accusa è pesante: appropriazione indebita per una cifra che sfiora il milione di euro, sottratta sistematicamente alle casse aziendali tra il 2019 e il 2022. Insieme a lui, il giudice ha ritenuto colpevole di truffa anche la suocera di 63 anni, titolare di un bar, condannata a 8 mesi per aver beneficiato di pagamenti legati a forniture mai avvenute.
La ricostruzione operata dalla Procura di Roma delinea un sistema di prelievi e spese folli iniziato oltre 6 anni fa. Il 36enne, approfittando della totale fiducia dei suoi superiori e del controllo quasi assoluto sui flussi finanziari, aveva iniziato a dirottare ingenti somme verso 6 diversi conti correnti personali. Non contento dei bonifici diretti, l’uomo utilizzava senza alcun freno due carte di credito aziendali per finanziare uno stile di vita ben al di sopra delle sue reali possibilità. Le indagini hanno documentato soggiorni esclusivi a Borgo Egnazia, celebre meta del lusso pugliese, acquisti compulsivi di borse Louis Vuitton, occhiali da sole di grandi firme e, in un tocco di modernità distorta, decine di migliaia di euro spesi in videogiochi per la PlayStation e abbonamenti sulla piattaforma OnlyFans.
Il castello di carte comprendeva anche il coinvolgimento della suocera, la quale emetteva fatture con diciture vaghe come «specialità italiane per clienti esteri» o «omaggi per clienti». In questo modo, la donna era riuscita a incassare circa 22mila euro per beni che non avevano mai varcato la soglia dell’azienda. Il manager, per evitare che i vertici della società si accorgessero degli ammanchi, forniva ai dirigenti solo riepiloghi aggregati delle uscite, guardandosi bene dal mostrare il dettaglio delle singole voci di spesa che avrebbero rivelato immediatamente le anomalie. Quando il passivo ha iniziato a diventare troppo ingombrante per essere ignorato, l’imputato ha tentato una fuga in avanti disperata, contraendo prestiti bancari per oltre un milione di euro sfruttando, secondo l’accusa, la firma digitale del rappresentante legale a sua insaputa.
A far crollare questo meccanismo apparentemente perfetto non è stata una complessa revisione contabile esterna, ma l’occhio attento di un’impiegata della stessa azienda. Una singola voce di spesa da 5mila euro, priva di una giustificazione chiara, ha innescato una serie di verifiche interne che hanno scoperchiato il vaso di Pandora. Gli inquirenti hanno trovato prove schiaccianti persino all’interno dell’auto aziendale usata dal manager, dove erano stati dimenticati estratti conto che confermavano i movimenti illeciti. Durante la requisitoria, la pubblico ministero Annalisa Martini aveva richiesto una pena di 3 anni, ma il giudice, dopo una camera di consiglio durata quasi due ore, ha deciso per una sentenza più severa, sottolineando la gravità del tradimento del vincolo fiduciario e l’entità del danno economico provocato alla società.
M.M.