
Transizione 5.0 e il taglio dei bonus: le proteste delle imprese
Vertice importante al Mimit con un obiettivo tanto ambizioso quanto delicato: arrivare al tavolo con Confindustria e le altre associazioni di categoria con una proposta solida per superare l’impasse sui tagli a Transizione 5.0. I tecnici di Palazzo Chigi, del Ministero dell’Economia e di quello delle Imprese hanno lavorato senza sosta nelle ultime ventiquattr’ore, nel tentativo di partorire un’ipotesi che possa conciliare le necessità di cassa dello Stato con il bisogno vitale delle imprese di vedersi riconosciuti i crediti d’imposta per investimenti già messi a budget. Il nodo, manco a dirlo, resta quello delle coperture finanziarie. Parliamo di un buco di oltre 700 milioni di euro generato dall’ultimo decreto fiscale, una cifra che nel contesto attuale, con la guerra in Iran che continua a soffiare sul fuoco del prezzo del greggio, pesa come un macigno sulle scelte di politica economica nazionale.
La tensione tra i palazzi del potere e il mondo produttivo è palpabile. Le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, non hanno certo contribuito a distendere il clima, definendo icasticamente come «esodat » le migliaia di imprenditori coinvolti nei progetti di investimento. Secondo i dati circolanti, circa 7.400 progetti rischiano di vedere ridotta l’agevolazione dal 100 al 35%, una sforbiciata che per molti significa veder svanire i presupposti stessi della sostenibilità economica dei propri piani di sviluppo. Non si tratta solo di fredde statistiche, ma di visioni aziendali che avevano puntato tutto sulla digitalizzazione e sull’efficienza, ora improvvisamente declassate a causa di un cambio delle regole in corsa che ha sollevato un coro di proteste anche da parte di Confcommercio e Confagricoltura, quest’ultima già duramente colpita dal caro petrolio e dalle incertezze dei mercati internazionali.
Tra i corridoi ministeriali si rincorrono ipotesi per tappare la falla, alcune delle quali profumano di un certo tatticismo emergenziale. C’è chi suggerisce di chiedere un contributo straordinario e « volontario » ai colossi energetici, sperando in una sorta di gesto di buona volontà che possa sfruttare i profitti generati dall’impennata dei prezzi del gas. Un’altra strada porterebbe a intervenire sulle royalties autostradali applicate ai carburanti, ma ogni mossa deve essere calibrata per evitare di innescare nuove tensioni sociali. Sullo sfondo resta poi la scadenza del 7 aprile, data in cui il governo dovrà decidere se confermare o meno lo sconto sulle accise, un intervento che da solo vale 400 milioni di euro per coprire appena 20 giorni di respiro per gli automobilisti italiani. Tutto questo avviene mentre si attende con ansia la nuova rilevazione dell’Istat sul deficit, un dato che deciderà le sorti dell’Italia rispetto alla procedura d’infrazione europea.
Intanto, la battaglia si sposta nell’aula della Camera con il voto di fiducia sul decreto Energia. Il provvedimento cerca di offrire un paracadute alle famiglie meno abbienti con un contributo di centoquindici euro e prova a facilitare i contratti a lungo termine per le piccole e medie imprese. Al tempo stesso, prevede un innalzamento dell’Irap per le aziende del settore energetico per il prossimo biennio, segno di quanto l’esecutivo stia cercando risorse laddove i margini sembrano ancora permetterlo. In questo scenario di estrema incertezza, tra rumor di rimpasti e simulazioni tecniche che ipotizzano un rialzo delle aliquote compensative, la sensazione è quella di una navigazione a vista in un mare agitato. La sfida per la premier e i suoi ministri sarà quella di dimostrare che la stabilità dei conti può convivere con il sostegno reale a chi produce, senza trasformare la transizione tecnologica in un miraggio per migliaia di imprese.