
Stretto di Hormuz, 1.000 navi bloccate e 25 miliardi a rischio: l’allarme per l’export italiano
Il quadrante geopolitico che unisce lo stretto di Hormuz al Golfo Persico è diventato improvvisamente il collo di bottiglia più costoso e pericoloso del pianeta. Secondo le stime più recenti ufficializzate dai Lloyd’s di Londra e dall’Organizzazione marittima internazionale, sono circa mille le imbarcazioni attualmente paralizzate in questa delicata area marittima. Il valore delle sole navi, escludendo il carico trasportato, sfiora l’astronomica cifra di 25 miliardi di dollari, mentre a bordo si contano ventimila marittimi e quindicimila passeggeri che vivono ore di estrema incertezza. Il conto presentato dal conflitto che vede contrapposti Stati Uniti e Israele all’Iran è dunque salatissimo per il settore dello shipping mondiale, con ripercussioni che arrivano a toccare direttamente anche gli interessi nazionali, data la segnalazione di una nave italiana attualmente ferma davanti al porto di Dubai. La gravità della situazione è sottolineata dal fatto che la metà di queste imbarcazioni trasporta beni primari per l’economia globale come petrolio, gas e prodotti raffinati.
Sebbene nei porti italiani non si registrino ancora convogli fermi in attesa di salpare verso il Golfo, il mutamento delle rotte è già una realtà operativa consolidata. Molti vettori hanno infatti scelto la via più lunga e costosa della circumnavigazione dell’Africa, passando per il Capo di Buona Speranza. Questo cambiamento ha eroso drasticamente la quota di export italiano che transitava su quella direttrice: prima delle tensioni la percentuale toccava il 40 per cento, mentre oggi siamo scesi a una forbice tra il 5 e il 10 per cento. Per le nostre imprese si tratta di un colpo durissimo, considerando che verso mercati floridi come quelli degli Emirati Arabi e dell’Arabia Saudita viaggiano prodotti ad alto valore aggiunto per un totale stimato tra i 20 e i 28 miliardi di euro. Davanti ai porti di Dubai e Jeddah sono ora bloccati macchinari di precisione, desalinizzatori, ma anche eccellenze del made in Italy come pasta, vino, marmi e alta moda, in una paralisi logistica che rischia di compromettere intere filiere produttive.
Le preoccupazioni non riguardano però soltanto le merci in uscita, ma anche e soprattutto gli approvvigionamenti energetici che alimentano il sistema Paese e le economie domestiche. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha lanciato un monito chiaro sulla necessità di proteggere le famiglie e le industrie dalle oscillazioni incontrollate dei mercati. Secondo il leader degli industriali «è un problema sia per le imprese che per le famiglie italiane. Bisogna bloccare le speculazioni finanziarie sull’energia, perché a una settimana dal conflitto i prezzi che noi vediamo sono improponibili». A questo allarme si aggiunge quello di Paolo d’Amico, esponente di spicco del settore delle navi cisterna, il quale teme che la chiusura di Hormuz possa mettere in ginocchio l’Europa per quanto riguarda il rifornimento di diesel. Gran parte delle nuove e più grandi infrastrutture di raffinazione si trova infatti proprio nel Golfo e, se queste dovessero fermarsi, il vecchio continente sarebbe costretto a cercare il carburante altrove con costi imprevedibili.
Il caos logistico è stato certificato anche dal settore assicurativo, che ha ufficialmente classificato l’area come zona di operazioni belliche. Questo status garantisce al personale di bordo diritti specifici come quello di rifiutare l’imbarco, ma ha scatenato un’impennata dei costi per gli armatori. Le tariffe assicurative per coprire navi, equipaggi e carichi sono aumentate del 400 per cento in pochi giorni, trascinando verso l’alto anche i prezzi dei noli. Una petroliera può arrivare a costare oggi oltre 400mila dollari al giorno per il solo noleggio. Nonostante l’escalation, la rotta rimane vitale poiché da essa passano quotidianamente 50 milioni di barili di petrolio e un quinto del gas naturale liquido mondiale, risorsa essenziale per l’Italia nel percorso di sostituzione del metano russo.
In questo scenario di altissima tensione, la sicurezza delle imbarcazioni italiane è diventata la priorità assoluta per il governo. Durante l’ultima riunione del Comitato interministeriale per la sicurezza marittima è emersa la volontà di innalzare le misure di protezione ai massimi livelli possibili. Stefano Messina, presidente di Assarmatori, ha confermato che «è stata condivisa la proposta di mantenere gli attuali livelli di sicurezza marittima a bordo delle navi mercantili italiane che dovessero approdare nei porti di Israele e innalzarli al livello 3 nelle aree del Golfo Persico, senza pregiudicare le eventuali operazioni commerciali». Mentre si attendono le prossime mosse delle potenze internazionali e l’eventuale intervento della marina statunitense promesso da Donald Trump per scortare i carichi, l’economia marittima fa i conti con la lievitazione dei costi provocata dal blocco del traffico in un punto così strategico a livello globale per il trasporto del petrolio.