Guerra in Iran: Borse a picco e gas in fiamme, l’economia globale trema

04/03/2026

Il quarto giorno del conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha impresso una violenta accelerazione alla crisi dei mercati finanziari globali, trasformando il timore in una vera e propria ondata di vendite. Piazza Affari è stata tra le più colpite, chiudendo con un pesante -3,92% che ha visto quasi tutti i titoli principali sprofondare in territorio negativo. Non è andata meglio nel resto del Vecchio Continente, dove in sole quarantotto ore sono andati letteralmente in fumo 900 miliardi di euro di capitalizzazione. Anche oltreoceano la tensione è palpabile: Wall Street ha registrato chiusure negative, seppur meno drammatiche rispetto ai listini europei, segno che l’incertezza sulla durata dello scontro sta spingendo gli investitori a rifugiarsi nel dollaro, mentre i rendimenti dei titoli di Stato continuano a salire, con il Btp decennale italiano balzato al 3,45%.

La vera emergenza si è però spostata sul fronte energetico, dove lo spettro di una crisi delle forniture è diventato realtà dopo l’attacco iraniano a un importante impianto di gas naturale liquefatto in Qatar. Sul mercato di Amsterdam, il prezzo del metano ha subito una fiammata del 20%, toccando punte di 58 euro al megawattora, un valore quasi raddoppiato rispetto alla chiusura di venerdì scorso. Anche il petrolio non accenna a fermarsi: il Brent ha superato quota 80 dollari al barile, raggiungendo i massimi da luglio 2024. Questa situazione ha spinto il capo economista della Banca Centrale Europea, Philip Lane, a lanciare un monito durissimo sulla tenuta del sistema macroeconomico: «una guerra prolungata in Iran può causare una “impennata sostanziale” dell’inflazione e una “caduta improvvisa” dell’economia». La BCE, ha aggiunto Lane, monitorerà con estrema attenzione l’ampiezza del conflitto per capire quanto profondi saranno i danni strutturali.

In Italia, l’inflazione ha già ripreso la sua corsa, attestandosi a febbraio all’1,6% rispetto all’1% di gennaio. Sebbene una parte di questo balzo sia imputabile ai rincari legati ai servizi per le Olimpiadi invernali, l’aumento del carrello della spesa al 2,2% segnala una pressione crescente sulle famiglie. Gli analisti guardano con estrema preoccupazione allo Stretto di Hormuz, l’arteria vitale dove transita un quinto del petrolio e del gas mondiale, attualmente quasi paralizzata. Rick de los Reyes, esperto di T. Rowe Price, ha evidenziato come il rincaro energetico stia mutando natura: «i prezzi dell’energia iniziano ad agire come una tassa sui consumatori e sulle imprese, inasprendo le condizioni finanziarie e influenzando negativamente la domanda». Secondo de los Reyes, se l’interruzione dei flussi dovesse prolungarsi, ci troveremmo di fronte a un vero choc dell’offerta con conseguenze imprevedibili sui tassi di interesse e sulla crescita globale.

Curiosamente, in questo scenario di tempesta perfetta, l’oro ha interrotto la sua corsa trionfale cedendo il 3% e assestandosi poco sopra i 5.000 dollari l’oncia, mentre il dollaro si conferma il bene rifugio preferito dagli investitori, guadagnando terreno su tutte le principali valute. Nonostante la volatilità estrema, alcuni analisti cercano di mantenere la calma guardando ai precedenti storici delle guerre in Iraq, sottolineando che spesso l’impatto sui rendimenti azionari tende ad attenuarsi nel lungo periodo. Tuttavia, come osservato da Alberto Tocchio di Kairos Partners, “l’escalation militare in Iran riporta al centro il rischio energetico: un eventuale choc sul petrolio potrebbe riaccendere le pressioni inflazionistiche”, mettendo di fatto in soffitta, almeno per il momento, ogni speranza di vedere una riduzione dei tassi di interesse nel breve termine.

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