
Circo Massimo: Il “Romeo e Giulietta” di Cranko incanta
Oltre seimila persone col fiato sospeso per la danza straordinaria di Susanna Salvi e Michele Satriano. Vi racconto la mia serata al grande allestimento del Teatro dell’Opera.
ROMA – C c’era un’atmosfera elettrica ieri sera tra le rovine illuminate del Circo Massimo. Seduto in mezzo a una marea di oltre seimila spettatori, ho percepito fin dai primi minuti che non stavo assistendo a una semplice replica estiva, ma a un vero e proprio evento. Il Romeo e Giulietta nella storica versione di John Cranko del 1962, riportato in scena dalla direttrice Eleonora Abbagnato, ha saputo trasformare un’immensa arena all’aperto in un teatro intimo, vibrante e carico di emozione.
Impossibile non pensare a Carla Fracci, prima leggendaria interprete di questa versione, a cui la serata è apparsa come un affettuoso e doveroso omaggio. La sensazione, guardando la scena, è stata quella di ritrovare una gemma preziosa del repertorio del Teatro dell’Opera che mancava da troppo tempo.
Un racconto fatto di uomini e donne reali
Ciò che mi ha colpito di più, stando lì a pochi passi dal palco, è la straordinaria maturità espressiva del Corpo di Ballo capitolino. Nelle parole dello stesso Cranko, l’obiettivo era libero da ogni leziosità: «Voglio mettere in scena persone reali, con tutte le loro contraddizioni ed emozioni». E ieri sera si è visto chiaramente. Dalle scazzottate e danze di piazza fino al rigore geometrico delle feste a palazzo, la solita pantomima ottocentesca ha lasciato il posto a una gestualità vera, viva, quasi cinematografica.
L’alchimia sul palco: Salvi e Satriano
I veri protagonisti della serata sono stati loro due, capaci di tenermi colle mani strette alla poltrona. Michele Satriano ha dato vita a un Romeo impulsivo, viscerale, travolto dal primo sguardo. Ma è quando è apparsa Susanna Salvi nei panni di Giulietta che il pubblico ha trattenuto il respiro: la sua transizione da fanciulla ingenua a donna matura, piegata da un destino tragico ma mai domata, è stata magistrale.
I loro passi a due mi hanno fatto venire i brividi. I maxi-schermi laterali, proiettando i primissimi piani dei loro volti rigati di tensione e felicità, mi hanno permesso di cogliere ogni singola sfumatura sguardi che da lontani si sarebbe persa. Una scelta di regia video che, seppur ogni tanto rischiasse di distrarre dalla visione d’insieme, ha regalato un’intensità drammatica unica.
Accanto a loro, ho applaudito con entusiasmo un Claudio Cocino perfetto e minaccioso nella parte di Tebaldo e un Gabriele Consoli che ha strappato risate ed applausi con un Mercuzio spensierato e acrobatico.
Una partitura che fa tremare il petto
A fare da cornice a questa meraviglia, i costumi e le scenografie d’epoca firmati da Jürgen Rose, capaci di ricostruire un’atmosfera rinascimentale da sogno. Ma a completare il quadro è stata la musica di Prokof’ev: sotto la bacchetta precisa e passionale del maestro Ido Arad, l’Orchestra del Teatro dell’Opera ha fatto vibrare il petto di tutti noi presenti.
Sono uscito dal Circo Massimo a notte fonda con gli applausi a scena aperta che ancora risuonavano nella mente, con la certezza di aver vissuto una di quelle notti romane in cui la grande arte sa ancora fare tremare il cuore.