Roma Termini, un tragico scambio di persona dietro il pestaggio del 57enne

17/01/2026

Il quadro investigativo riguardante l’aggressione avvenuta a Piazza dei Cinquecento, proprio di fronte alla stazione Termini, si arricchisce di dettagli inquietanti. Il funzionario 57enne, dipendente del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, è rimasto vittima di un brutale pestaggio perché scambiato per un’altra persona. Gli inquirenti della Squadra Mobile capitolina, insieme agli agenti del commissariato Viminale e della Polfer, sono riusciti a risalire alla dinamica dei fatti incrociando le testimonianze con le riprese delle numerose telecamere di sicurezza che sorvegliano lo scalo ferroviario più importante d’Italia. Secondo quanto emerso, il movente risiederebbe in una sorta di vendetta cieca attuata da un gruppo di giovani, convinti di colpire l’uomo che poco prima aveva avuto un alterco con alcune loro amiche.

La vicenda ha inizio la sera di sabato 10 gennaio, quando la piazza era ancora gremita di turisti e pendolari. Sotto i portici, un’area tra via Cavour e il capolinea del tram abitualmente frequentata da gruppi di giovani, nordafricani e non, si è consumato il primo atto di questa tragedia. Tre ragazze, tutte maggiorenni, hanno avvicinato un uomo che stava passeggiando insieme alla moglie e ai due figli piccoli, chiedendo probabilmente denaro o sigarette. L’uomo, infastidito dall’insistenza e preoccupato per la incolumità della propria famiglia, alla fine ha reagito, arrivando a spintonare una delle giovani che sarebbe caduta a terra. Poco dopo, lo stesso uomo si è qualificato come militare davanti a un addetto di Grandi Stazioni, la società che gestisce gli spazi dello scalo ferroviario, chiedendo di essere scortato poiché temeva ritorsioni dopo l’accaduto. Questo dettaglio si è rivelato fondamentale per gli investigatori, permettendo di definire «un episodio solo apparentemente estraneo al brutale pestaggio del funzionario».

Le telecamere di sorveglianza mostrano poi il momento in cui le tre ragazze tornano dal gruppo di amici per raccontare concitatamente l’accaduto, descrivendo l’uomo che le aveva respinte. È in questo preciso istante che il destino del funzionario del Mimit si incrocia con quello del branco in cerca di vendetta. L’impiegato ministeriale è arrivato in piazza proprio mentre i giovani magrebini cercavano il presunto aggressore delle loro amiche. La somiglianza fisica tra il militare e il funzionario è risultata purtroppo fatale per quest’ultimo: entrambi portavano infatti una folta barba e indossavano abiti molto simili. Un autobus che transitava nella zona ha momentaneamente coperto la visuale dei portici e, quando il mezzo è ripartito liberando il campo visivo, il gruppo ha individuato il 57enne, che in quel momento si trovava da solo.

L’assalto è stato fulmineo e di una violenza inaudita, elemento che spiega anche perché la vittima non sia stata rapinata. L’intento degli aggressori non era il furto dei suoi averi, ma una vera e propria punizione fisica per l’offesa che credevano di aver subito poco prima. Attualmente l’uomo si trova ancora ricoverato in prognosi riservata presso il policlinico Umberto I, lottando contro le gravissime conseguenze di quel massacro immotivato. Le autorità hanno già proceduto al fermo di quattro sospettati, tra cui un cittadino egiziano di diciotto anni e un tunisino di venti. Durante gli interrogatori davanti agli inquirenti, i due giovani hanno cercato di distanziarsi dalle responsabilità dirette, affermando «di non aver picchiato il funzionario, ma di essere solo presenti con gli altri nel momento in cui è stato circondato e picchiato».

Tuttavia, il giudice per le indagini preliminari ha confermato la custodia cautelare in carcere per entrambi, ritenendo che le immagini video fornite dai sistemi di sicurezza li collochino inequivocabilmente tra i partecipanti attivi al pestaggio. La caccia agli altri componenti del gruppo prosegue senza sosta, sebbene dai primi riscontri sia emerso che due degli indagati siano già riusciti a varcare i confini nazionali per fuggire all’estero nel tentativo di sottrarsi alla giustizia italiana.

M.M.

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