
Roma, restituita al pubblico l’area archeologica di via delle Botteghe Oscure
Attraverso un sopralluogo istituzionale guidato dal sindaco Roberto Gualtieri, accompagnato dal sovraintendente capitolino Claudio Parisi Presicce, l’area archeologica situata in via delle Botteghe Oscure a Roma è tornata formalmente fruibile per la cittadinanza e per i visitatori. Questo importante spazio custodisce i resti monumentali di un antico tempio romano dal valore storico e archeologico straordinario, che finalmente riceve la giusta attenzione. L’intero intervento conservativo è stato progettato ed eseguito dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, trovando la sua copertura economica all’interno del più ampio e ambizioso programma di investimenti denominato Pnrr Caput Mundi.
Le operazioni di restauro si sono concentrate principalmente sul consolidamento e sul recupero dei diversi materiali archeologici rinvenuti nel sito. Tra questi spiccano le colonne superstiti realizzate in marmo peperino, che nel corso del tempo erano state pesantemente colpite da diffusi fenomeni di degrado strutturale e superficiale. Oltre alle necessarie opere di consolidamento materico, i tecnici hanno provveduto all’installazione di un moderno impianto di sicurezza e di un sofisticato sistema di illuminazione artisticamente studiato, espressamente ideato per valorizzare l’intero complesso archeologico anche durante le ore serali. Grazie a questo insieme di interventi, le strutture storiche sono state messe in sicurezza, migliorando notevolmente sia la leggibilità dei reperti sia la successiva fruizione da parte del pubblico.
Esprimendo profonda soddisfazione per il traguardo raggiunto, il sindaco ha voluto sottolineare l’importanza dell’operazione: «Grazie al programma Caput Mundi e alle risorse del Pnrr restituiamo alla città un luogo di grande valore storico, aggiungendo un nuovo tassello al percorso di valorizzazione del patrimonio archeologico di Roma. Un impegno concreto per rendere la nostra storia sempre più accessibile e fruibile da cittadini e visitatori». La riscoperta originaria di questa specifica area risale all’anno 1938, quando vennero avviati i massicci lavori per l’ampliamento stradale di via delle Botteghe Oscure. In quel periodo, l’eccezionalità dei ritrovamenti archeologici impose l’immediata interruzione dei progetti edilizi precedentemente pianificati, consentendo di salvare una testimonianza fondamentale della topografia di Roma antica.
L’intreccio profondo tra la ricerca archeologica e lo sviluppo della storia urbana moderna rende il sito uno degli esempi più limpidi delle continue trasformazioni urbanistiche subite dal Campo Marzio nel corso dei secoli. I resti che oggi si possono ammirare appartengono a un grande complesso monumentale che in origine comprendeva un tempio interamente circondato da un quadriportico. L’edificio sacro venne eretto in età repubblicana, per poi subire un profondo restauro in epoca domizianea a seguito del devastante incendio che colpì la città nell’anno 80 dopo Cristo. L’architettura era caratterizzata da una solenne imponenza, arricchita dalle colonne in peperino rivestite di stucco e sormontate da eleganti capitelli corinzi. All’interno delle attuali cantine moderne, collocate sotto il palazzo di via Celsa ai numeri civici 3 e 5, si conservano ancora perfettamente il muro meridionale e quello orientale della cella risalente all’età flavia.
Accanto al muro orientale è inoltre visibile una sezione del grande basamento in opera laterizia predisposto per ospitare i simulacri di culto. Gli esperti presumono che all’interno della cella dovessero trovare spazio due file di colonne posizionate a brevissima distanza dai muri laterali. Questa precisa conformazione architettonica è stata desunta dallo studio di un prezioso frammento della Forma Urbis, la celebre pianta marmorea severiana oggi esposta e visitabile all’interno del Parco Archeologico del Celio, la quale raffigura una porzione del complesso recante un’iscrizione che, sebbene incompleta, risulta integrabile con sicurezza dagli studiosi.
Nonostante l’accuratezza dei rilievi, l’identificazione scientifica del complesso monumentale rimane ancora oggi un tema aperto e oggetto di acceso dibattito tra gli esperti di topografia romana. Una delle ipotesi attualmente più accreditate suggerisce che il tempio potesse essere quello dedicato alle Ninfe, inserito nel contesto della Porticus Minucia Frumentaria, l’edificio adibito in epoca imperiale alle distribuzioni gratuite di grano note come frumentationes. Le fonti storiche antiche riportano tuttavia l’esistenza di due diverse strutture denominate Porticus Minuciae. La più antica, chiamata Vetus e costruita da Marco Minucio Rufo nel 110 avanti Cristo, possedeva una forte valenza celebrativa e includeva, secondo diverse interpretazioni, il tempio dei Lari Permarini, un edificio sacro che molti archeologi tendono oggi a identificare nel cosiddetto tempio D visibile nella vicina area sacra di Largo Argentina.