Roma, omicidio Molè a Corviale: arrestati quattro mandanti

13/04/2026

Si chiude definitivamente il cerchio investigativo attorno alla morte violenta di Cristiano Molè, il 33enne che nel gennaio del 2024 fu freddato sotto l’imponente ombra del Serpentone di Corviale. Dopo una prima fase che aveva portato all’arresto degli esecutori materiali e di un mandante, i carabinieri del Nucleo Investigativo e la Squadra Mobile hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare per altre quattro persone, ritenute a vario titolo responsabili della pianificazione e del supporto logistico necessario per l’agguato. Manolo Bardeglinu, i fratelli Marco ed Emanuele Mattiacci e Stefano Frignani sono i nomi finiti nel registro degli inquirenti, accusati di aver composto quella rete di complicità che ha permesso al gruppo di fuoco di agire con una precisione quasi militare contro la vittima, colpita da otto proiettili su oltre diciassette esplosi.

Le indagini hanno svelato una fitta trama di intercettazioni e testimonianze, tra cui quelle dell’ex compagna di Molè e di alcuni indagati che hanno deciso di collaborare con la giustizia. Bardeglinu, secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia, avrebbe ricevuto l’arma da Frignani per poi consegnarla a Marco Casamatta, fornendo contestualmente informazioni preziose sugli spostamenti quotidiani del trentatreenne. Un ruolo altrettanto cruciale è stato svolto dai fratelli Mattiacci, descritti nell’ordinanza come gli specchiettisti del gruppo. Il loro compito era quello di monitorare la presenza di Molè sul territorio, garantendo al commando il momento perfetto per intervenire senza interferenze. L’ostilità dei Mattiacci verso la vittima non era legata solo a vecchi rancori personali, ma soprattutto al controllo del narcotraffico nella zona di via Donna Olimpia, un territorio che Molè ambiva a scalare entrando in rotta di collisione con i cosiddetti ragazzi di Monteverde.

Oltre al controllo delle piazze di spaccio, il movente del delitto affonda le radici in umiliazioni pubbliche e aggressioni che, nel codice della malavita romana, richiedono una risposta definitiva. Manuel Severa, considerato uno dei principali registi dell’operazione, nutriva un risentimento profondo verso Molè a causa di schiaffi e aggressioni che avevano coinvolto anche donne legate al clan e amici stretti. L’omicidio è stato catalogato come premeditato e aggravato dalle modalità mafiose, necessarie per riaffermare una supremazia criminale messa in discussione dall’atteggiamento spavaldo della vittima. Il gip nell’ordinanza sottolinea come Manuel Severa covasse «un sordo rancore verso il Molè che lo aveva umiliato pubblicamente e che in carcere aveva picchiato un detenuto a lui vicino».

La dinamica dell’agguato è stata minuziosamente ricostruita grazie alle confessioni di Casamatta, il quale ha descritto la pressione esercitata dai mandanti per chiudere la questione il prima possibile. Addirittura, per studiare meglio le abitudini del bersaglio, il gruppo aveva affittato un punto di osservazione privilegiato pagando una coppia di inquilini in via Donna Olimpia. Tuttavia, l’omicidio si è poi consumato a Corviale, in largo Odoarco Tabacchi, sotto la spinta di un ultimatum lanciato da Severa mentre si trovava all’estero. Casamatta riporta infatti che ci fu una telefonata decisiva da parte del mandante che intimava: «Va fatto entro domani, sennò non pago più nessuno». Per il lavoro sporco di Simone Di Matteo, un altro dei killer, il gruppo aveva stanziato una cifra di cinquemila euro, una somma che definisce in modo agghiacciante il prezzo di una vita umana in determinati contesti urbani.

Dopo aver compiuto il delitto, il gruppo ha cercato di far sparire le tracce pulendo la vettura utilizzata per la fuga e nascondendo le armi tra i cespugli di Colle del Sole. Nonostante i tentativi di riutilizzare la pistola per futuri incarichi, le difficoltà tecniche nel reperire pezzi di ricambio compatibili ne hanno decretato l’abbandono. Il quadro che emerge da questa operazione è quello di una criminalità organizzata che gestisce i territori attraverso la violenza e il racket delle occupazioni, dove ogni sgarbo viene pesato e punito con una ferocia che non lascia spazio a trattative.

M.M.

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