
Pacchetto sicurezza 2026: “scudo penale” per le forze dell’ordine
Nei prossimi giorni il Consiglio dei Ministri esaminerà il testo del nuovo pacchetto sicurezza, al centro del quale si staglia una norma che punta a scardinare quello che per decenni è stato considerato un automatismo quasi intoccabile: l’iscrizione immediata nel registro degli indagati per chiunque faccia uso delle armi o agisca nell’adempimento del proprio dovere. Questa proposta, che le opposizioni hanno già ribattezzato in modo critico come un vero e proprio “scudo penale”, nasce con l’intento dichiarato di proteggere non solo le forze dell’ordine ma anche il cittadino comune che si trovi a invocare una causa di giustificazione durante situazioni di emergenza o pericolo.
Il fulcro del cambiamento è contenuto nell’articolo 11 della bozza del disegno di legge, il quale stabilisce esplicitamente che la misura serva «per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le forze di polizia». Secondo quanto previsto dal testo, si punta a fare in modo che «il pubblico ministero non provveda all’iscrizione della persona nel registro delle notizie di reato quando appare che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione». Tra queste vengono citate espressamente la legittima difesa, lo stato di necessità e, appunto, l’uso legittimo delle armi. L’idea di fondo è quella di permettere alla magistratura di svolgere una fase di accertamento preliminare senza che questa debba necessariamente sfociare subito in un atto formale di indagine, il quale spesso porta con sé conseguenze psicologiche, mediatiche e professionali pesanti per gli operatori della sicurezza. Nel testo si legge inoltre che «sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro», a dimostrazione della volontà di non diminuire le tutele legali pur eliminando la rapidità dell’iscrizione.
In aggiunta a queste disposizioni di carattere generale, l’articolo 12 del provvedimento introduce misure specifiche per il personale in divisa, estendendo le tutele legali per gli appartenenti alle Forze di polizia, alle Forze armate e al Corpo nazionale dei vigili del fuoco. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha recentemente rimarcato l’importanza culturale di questo intervento durante una manifestazione politica a Rivisondoli. Il ministro ha spiegato che «va bene incrementare le attività di controllo sul territorio, ma va ripristinato un senso di autorità e di presunzione di liceità delle forze di polizia. Troppo a lungo l’azione dei pubblici poteri e soprattutto delle forze di polizia sono state presentate come illecite». Tali parole riflettono una visione che mira a restituire una sorta di fiducia istituzionale preventiva verso chi è chiamato a gestire l’ordine pubblico.
Sulla stessa lunghezza d’onda si è espresso Alberto Balboni, presidente della commissione Affari Costituzionali al Senato, il quale ha cercato di disinnescare le polemiche sul cosiddetto “scudo penale”, chiarendo che l’obiettivo è impedire automatismi presentati artificiosamente come atti dovuti. Secondo Balboni, «se ci sono ragionevoli elementi per ritenere che l’autore del fatto abbia agito in presenza di una causa di giustificazione, allora il pm, durante le indagini, deve preventivamente compiere ulteriori necessari accertamenti e solo dopo, eventualmente, procedere». L’urgenza di questa riforma è stata ulteriormente alimentata da recenti fatti di cronaca, come il tragico episodio avvenuto a Milano dove un giovane è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia dopo aver puntato contro gli agenti una pistola rivelatasi poi a salve. In merito a questo evento, il sottosegretario Alessandro Morelli ha espresso la speranza che il pacchetto sicurezza ottenga un via libera immediato, sottolineando la necessità di fornire risposte concrete a chi opera quotidianamente in contesti ad alto rischio.