
Inchiesta Garante Privacy: indagato il presidente Pasquale Stanzione
Un vero e proprio terremoto giudiziario ha colpito i vertici dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, dopo che gli uomini della Guardia di Finanza hanno eseguito una serie di perquisizioni approfondite all’interno della sede istituzionale. L’operazione si inserisce in una complessa indagine coordinata dalla Procura di Roma, che vede iscritti nel registro degli indagati nomi di primissimo piano come il presidente dell’Autorità Pasquale Stanzione e i membri del collegio Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza. Le ipotesi di reato formulate dagli inquirenti sono estremamente pesanti, spaziando dal peculato alla corruzione.
L’origine di questo tsunami legale risale a una serie di inchieste giornalistiche condotte dalla trasmissione Rai Report, curata da Sigfrido Ranucci, che nei mesi passati aveva sollevato veli su presunte irregolarità e conflitti di interesse che avrebbero minato l’integrità dell’Authority. Secondo le ricostruzioni emerse e riportate dalle principali testate nazionali, l’indagine non si limiterebbe ai reati finanziari, ma esplorerebbe anche territori legati ad accessi abusivi a sistemi informatici e alla rivelazione di segreti d’ufficio, delineando un quadro di gestione opaca delle informazioni sensibili custodite dall’ente.
Uno dei punti focali dell’inchiesta riguarda un episodio dai contorni quasi cinematografici avvenuto nella notte tra l’1° e il 2 novembre scorso. In un giorno festivo, quattro membri dell’Autorità, accompagnati da soggetti esterni non identificati, sarebbero entrati nella sede di Piazza Venezia trattenendosi fino al mattino successivo. Questo blitz notturno, denunciato inizialmente dai sindacati, avrebbe permesso l’accesso a stanze blindate dove vengono conservati server, corrispondenze riservate e dati sensibilissimi dei cittadini italiani. L’anomalia del tempismo e delle modalità ha spinto la Procura a verificare se in quell’occasione siano stati sottratti documenti o dati dai computer in uso ai dipendenti dell’ufficio.
Di fronte a queste pesanti ricostruzioni, l’Autorità aveva cercato di arginare lo scandalo attraverso smentite categoriche, definendo le accuse come un cumulo di inesattezze. I vertici del Garante avevano infatti dichiarato con fermezza che «sono bugie», cercando di allontanare i sospetti che riguardavano anche benefici personali, come alcune spese fatte passare come costi di rappresentanza e addebitate direttamente alle casse dell’ente.
Tuttavia, l’attenzione degli investigatori si è concentrata anche su un presunto accordo sottobanco legato a una sanzione milionaria che avrebbe dovuto colpire il colosso Meta per violazioni della privacy riguardanti gli smart glasses Ray-Ban Stories. La multa originaria, stimata intorno ai quaranta milioni di euro, sarebbe stata drasticamente ridotta dopo un incontro riservato avvenuto appena 24 ore prima della votazione ufficiale sulla sanzione, portando a un risparmio di diversi milioni di euro per l’azienda di Mark Zuckerberg.
A complicare ulteriormente la posizione dei vertici è intervenuto il caso delle dimissioni di Angelo Fanizza, ex segretario generale dell’Authority, che ha lasciato l’incarico lo scorso 20 novembre. Le dimissioni sarebbero arrivate a seguito di una segnalazione del dirigente del dipartimento per la sicurezza informatica. Fanizza avrebbe infatti richiesto con estrema urgenza l’estrazione massiva di email, accessi vpn e cartelle condivise, un’attività che è stata interpretata internamente come il tentativo di avviare una caccia alle streghe per individuare la talpa che avrebbe passato le informazioni compromettenti alla redazione di Report.
Ora, con l’intervento diretto della Guardia di Finanza, la magistratura cercherà di fare piena luce su un sistema che rischia di compromettere la credibilità di una delle istituzioni più delicate del Paese. L’inchiesta è appena all’inizio ed è bene sottolineare che l’iscrizione al registro degli indagati non equivale ad una condanna e che i destinatari del provvedimento sono da considerarsi innocenti fino a prova contraria.
M.M.