
I saloni di Palazzo Venezia tornano a splendere. Da sabato aperto al pubblico
L’oro del soffitto a cassettoni di Palazzo Venezia è tornato finalmente a splendere nel cuore di Roma. A quasi venti metri d’altezza, una spessa foglia d’oro riveste nuovamente le cornici e le decorazioni scolpite nel legno, restituendo luce alla lupa capitolina che allatta i gemelli e agli stemmi del leone veneziano. In questo vertiginoso cantiere di restauro, che interessa i saloni monumentali del Mappamondo, delle Battaglie e la Sala Regia, emergono santi, profeti e ghirlande di una preziosità che sembrava dimenticata. Si tratta di una imponente operazione di recupero condotta in sinergia con la realizzazione della stazione Venezia della Linea C della metropolitana. Da sabato prossimo, questo scrigno del Rinascimento si aprirà al pubblico con speciali visite guidate che permetteranno ai visitatori di salire sui ponteggi titanici e osservare da vicino i tesori ritrovati.
Scalando le pareti rivestite di affreschi quattrocenteschi, è possibile scoprire i colori originali celati per secoli sotto polvere e vecchi intonaci. Particolare attenzione merita il colonnato prospettico della Sala del Mappamondo, che gli esperti stanno riportando al nitore antico. Secondo la direttrice dei lavori Susanna Sarmati, «il soggetto qui è tutto legato a questo colonnato in prospettiva concepito nel Quattrocento per dare l’idea della grande apertura spaziale della sala». Su queste opere aleggia l’ombra di un grande maestro del passato. Come spiega ancora la restauratrice, «si pensa da tempo a Mantegna come artista attivo in queste sale. I lavori permetteranno al museo di promuovere un nuovo studio delle opere, invitando gli esperti ad avvalorare l’opera del pittore, sempre nell’ambito quattrocentesco. Mantegna resta il faro perché attivo proprio in questa zona. L’obiettivo è quello di far riemergere tutte le parti originali in modo che gli esperti possano guardarle da vicino e affrontare un’attribuzione definitiva».
Palazzo Venezia nasce come dimora di Pietro Barbo, divenuto poi papa Paolo II nel 1464, e fu utilizzato a lungo come palazzo pontificio fuori dalle mura vaticane. La sua storia è complessa e stratificata: sede dell’ambasciata d’Austria, poi rivendicato dall’Italia nel 1916 e infine scelto da Mussolini come sede del governo fascista. Durante il secolo scorso, molti ambienti erano stati frammentati da tramezzi e le pareti erano state ricoperte di bianco. Solo grazie a successivi interventi di ripristino si è tornati a cercare il respiro delle sale originali. Dopo un periodo di parziale abbandono segnato da infiltrazioni e lesioni, l’attuale intervento si concentra sul consolidamento e sulla pulitura dei pigmenti del XV secolo.
La direttrice del polo museale ViVe, Edith Gabrielli, ha sottolineato come questo sia un cantiere complementare a quello della nuova stazione della metropolitana, dove il consolidamento architettonico viaggia di pari passo con la tutela storica. Anche il sindaco Roberto Gualtieri ha evidenziato che le grandi opere «pur portando disagio, non sono incompatibili con i monumenti. C’è anche la possibilità, come nel caso di Palazzo Venezia, di valorizzare un tesoro». La conclusione dei lavori è prevista entro l’anno e segnerà l’inizio di una nuova vita per l’edificio. Al termine dei restauri, infatti, questi saloni monumentali sono destinati ad accogliere il nuovo percorso espositivo permanente della collezione di arte e artigianato storico, che racconterà il cammino della bellezza italiana dal Medioevo fino alle soglie del Made in Italy.