Giorgia Meloni frena sull’intervento italiano nello stretto di Hormuz

17/03/2026

La cautela domina la linea diplomatica del governo italiano di fronte all’aggravarsi delle tensioni nel quadrante mediorientale, con una netta distinzione tra le missioni difensive già in atto e il rischio di un coinvolgimento diretto in nuovi teatri di scontro. Giorgia Meloni, intervistata lunedì sera a Quarta repubblica da Nicola Porro, ha tracciato un confine invalicabile riguardo allo Stretto di Hormuz, spiegando che un intervento in quell’area rappresenterebbe un mutamento qualitativo della partecipazione nazionale al conflitto: «Intervenire sullo stretto di Hormuz vorrebbe dire oggettivamente fare un passo avanti verso il coinvolgimento militare dell’Italia» ha chiarito, sottolineando come la priorità attuale rimanga il rafforzamento della missione Aspides nel Mar Rosso. In questo scenario, l’Italia sembra muoversi con estrema prudenza nel 2026, consapevole che ogni mossa oltre il perimetro consolidato potrebbe esporre il Paese a ritorsioni belliche in una zona dove droni e missili sono ormai una minaccia quotidiana.

La posizione di Palazzo Chigi trova una sponda operativa nelle parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale ha ribadito la natura tecnica e circoscritta delle missioni Aspides e Atalanta. Durante le consultazioni a Bruxelles, il titolare della Farnesina ha ricordato che queste operazioni hanno mandati specifici di natura antipirateria e difensiva, aggiungendo che « sarebbe complicato » modificarne gli obiettivi in corso d’opera. Questa linea segna una distanza evidente dalle richieste provenienti da Washington, dove il segretario di Stato Marco Rubio sta definendo la lista dei partner per una nuova coalizione a guida americana destinata a scudare il traffico petrolifero a Hormuz. L’Italia, insieme a gran parte dell’Europa, ha scelto di non figurare in questo elenco, preferendo mantenere un profilo di de-escalation che eviti l’allargamento del conflitto a macchia d’olio.

Mentre la diplomazia cerca faticosamente spazi di manovra, la realtà sul campo continua a generare apprensione per i soldati italiani impegnati nel sud del Libano. L’episodio dei detriti caduti sulla base Unifil di Shama rappresenta solo l’ultima avvisaglia di un pericolo costante che il governo monitora con la massima attenzione. Meloni ha chiarito che il numero dei militari è stato ridotto al minimo indispensabile per il mantenimento delle missioni, ribadendo l’impegno costante per far tornare protagonista la via diplomatica. In questo senso, la firma di una nota congiunta con i leader di Francia, Germania, Gran Bretagna e Canada rappresenta un appello accorato affinché si eviti un’offensiva di terra israeliana in Libano, mossa che «avrebbe conseguenze umanitarie devastanti e potrebbe portare a un conflitto prolungato ».

Oltre alle questioni di sicurezza militare, l’agenda della premier è fitta di impegni legati alla tenuta economica del sistema industriale nazionale. Al prossimo summit europeo di Bruxelles, l’Italia punterà a ottenere maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato e misure concrete per alleggerire il peso delle bollette elettriche che gravano su famiglie e imprese. Il confronto si preannuncia complesso, specialmente per quanto riguarda la disputa sui crediti di carbonio e gli oneri energetici, con i Paesi nordici pronti a difendere posizioni più rigide. Sullo sfondo resta l’incognita dei rapporti con la Casa Bianca di Donald Trump, segnati da un silenzio tattico che preoccupa gli osservatori. Nonostante le divergenze e l’apparente appannamento del legame privilegiato tra Roma e Washington, da Palazzo Chigi filtra la volontà di mantenere un approccio pragmatico, convinti che non sia possibile rompere i ponti con lo storico alleato statunitense, indipendentemente dalle turbolenze diplomatiche del momento.

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