
Disoccupazione in Italia ai minimi storici, per l’Istat è al 5,7%
Il mercato del lavoro in Italia continua a mostrare una vitalità sorprendente, riuscendo a compensare, almeno per il momento, le spinte negative derivanti dal cosiddetto inverno demografico. Secondo le ultime rilevazioni diffuse dall’Istat relative a novembre 2025, il tasso di disoccupazione nazionale è sceso al 5,7%, segnando il punto più basso mai registrato dal 2004. Questo risultato posiziona l’Italia in una condizione di vantaggio rispetto alla media dell’Eurozona, che si attesta invece al 6,3%. Particolarmente significativo appare il calo della disoccupazione giovanile, scesa al 18,8%, a testimonianza di un sistema produttivo che, supportato da sgravi contributivi e una crescita costante del Pil, sta premiando la stabilizzazione dei rapporti di lavoro.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha accolto con soddisfazione questi indicatori, definendoli un segnale inequivocabile della solidità del sistema Italia. Attraverso i propri canali social, la premier ha attribuito questi traguardi alla sinergia tra istituzioni, imprese e professionisti: «i dati confermano un segnale importante: la disoccupazione scende ai livelli più bassi mai registrati dall’inizio delle rilevazioni e, su base annua, l’occupazione continua a crescere». Meloni ha ribadito l’impegno dell’esecutivo nel voler rendere il sistema produttivo ancora più competitivo, nonostante le complessità dello scenario internazionale.
Tuttavia, dietro i numeri record si nascondono sfide strutturali legate alla denatalità. Il tasso di fecondità nel 2025 ha toccato il minimo storico di 1,13 figli per donna, un dato che inizia a condizionare la composizione della forza lavoro. Se da un lato l’occupazione totale supera i 24,1 milioni di unità, trascinata dai lavoratori permanenti (+258mila su base annua), dall’altro si osserva una preoccupante flessione nella fascia d’età tra i 35 e i 49 anni, dove si sono perse 63mila unità. Al contrario, gli occupati over 50 continuano a crescere, riflettendo il progressivo invecchiamento della popolazione attiva.
Un altro nodo centrale rimane quello dell’occupazione femminile e dell’inattività. Mentre il tasso di occupazione maschile sale al 71%, quello femminile scende al 54%. Il numero degli inattivi, ovvero coloro che non lavorano e non cercano occupazione, sfiora i 12,5 milioni di persone. In questa categoria rientrano quasi tre milioni di donne che spesso abbandonano il percorso professionale per sopperire a carenze del welfare, dedicandosi alla cura di figli o parenti anziani. Gli esperti sottolineano come, senza interventi mirati sulla detassazione dei servizi di cura, sarà difficile recuperare questo potenziale produttivo.
Il governo ha assicurato che continuerà a sostenere chi investe e produce valore, ma la vera partita per il futuro si giocherà sulla capacità di integrare le politiche per l’occupazione con quelle per la natalità. La diminuzione dei contratti a termine (-30mila a livello mensile) a favore degli stabili (+6mila) indica che la strada della qualità del lavoro è stata intrapresa, ma la scarsità di nuovi lavoratori disponibili all’orizzonte impone una riflessione profonda sui modelli di welfare. Come evidenziato dalla stessa premier, l’obiettivo è rafforzare le politiche attive per garantire che la crescita non sia solo un picco statistico, ma un processo sostenibile nel lungo periodo.