
Crisi in Venezuela, Meloni chiama la premio Nobel Machado
La crisi venezuelana ha vissuto nelle ultime ore una svolta drammatica che ha costretto il governo italiano a un’intensa attività diplomatica durante l’intero fine settimana. Al centro delle preoccupazioni di Palazzo Chigi non c’è solo il complesso riassetto politico di Caracas dopo il blitz ordinato da Donald Trump contro il regime di Maduro, ma anche il destino dei cittadini italiani detenuti nel Paese sudamericano. Tra questi spicca il nome di Alberto Trentini, il cooperante rinchiuso da oltre un anno nel carcere del Rodeo senza aver mai affrontato un regolare processo.
In questo scenario di estrema incertezza, Giorgia Meloni ha scelto di muoversi con una strategia che unisce l’appoggio all’azione statunitense a una visione europea della transizione. La premier è stata tra i primi leader a definire legittimo l’intervento americano, descrivendolo come un atto di natura difensiva contro il narcotraffico. Tuttavia, sul piano della leadership futura, ha deciso di smarcarsi parzialmente dalla linea di Washington. Mentre Trump ha espresso giudizi severi su Maria Corina Machado, definendola poco popolare, Meloni ha scelto di legittimarla attraverso una lunga telefonata. Come riportato dalle note ufficiali, durante il colloquio «è stato condiviso come l’uscita di scena di Maduro apra una nuova pagina di speranza per la popolazione del Venezuela».
La linea italiana, condivisa tramite un dossier riservato ai parlamentari di Fratelli d’Italia, punta con decisione verso una transizione guidata da Edmundo González Urrutia, considerato il legittimo vincitore delle ultime consultazioni elettorali. Questa posizione cerca di bilanciare le diverse anime della coalizione di governo. Se Forza Italia approva con convinzione, la Lega di Matteo Salvini manifesta invece una maggiore cautela. Il segretario del Carroccio ha infatti richiamato l’importanza della diplomazia, dichiarando che «per la Lega la strada maestra per risolvere le controversie internazionali e chiudere i conflitti in corso deve tornare a essere la diplomazia», esprimendo in privato forti dubbi sull’efficacia dell’esportazione della democrazia.
La cautela della premier non è però dettata solo da equilibri politici interni, ma soprattutto dalla necessità di proteggere i connazionali ancora nelle mani di ciò che resta del regime. Per la liberazione di Alberto Trentini e degli altri italo-venezuelani è stata attivata una vera e propria task force coordinata dal sottosegretario Alfredo Mantovano. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso un cauto ottimismo, confidando che il cambio di regime possa accelerare le procedure di rimpatrio: «Speriamo che con il cambio di regime e con l’andata via di Maduro si possa riuscire a riportarli a casa».
Nelle ultime ore sono stati riattivati canali di mediazione trasversali, che includono il coinvolgimento diretto del Vaticano e contatti imminenti con l’amministrazione americana, in particolare con il segretario di Stato Marco Rubio. La Santa Sede sta svolgendo un ruolo di facilitatore estremamente delicato per trattare con l’amministrazione ad interim guidata da Delcy Rodriguez. L’obiettivo dell’Italia è chiaro: garantire una transizione pacifica allo Stato di diritto e, contemporaneamente, assicurare la fine della prigionia illegale per Trentini e per tutti gli italiani coinvolti nel caos venezuelano.
M.M.