Case di comunità e medici di famiglia: c’è l’accordo Stato-Regioni

18/06/2026

I medici di famiglia avranno l’obbligo di prestare servizio nelle Case di comunità fino a sei ore settimanali, garantendo in questo modo la presenza minima di almeno un camice bianco in ogni singola struttura. Il via libera espresso dalle Regioni all’atto di indirizzo per il rinnovo del contratto nazionale sblocca finalmente una trattativa assai complessa e allontana in modo definitivo lo spettro di trovarsi, dopo la scadenza del 30 giugno, con oltre mille strutture sanitarie appena inaugurate ma completamente deserte. L’importanza di questo specifico passaggio si rivela cruciale per il destino della sanità pubblica italiana, poiché il 30 giugno 2026 rappresenta la scadenza tassativa imposta dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per l’attivazione di 1038 Case di comunità su tutto il territorio nazionale. Queste nuove realtà nascono con l’obiettivo vitale di alleggerire la pressione insostenibile che grava oggi sui pronto soccorso degli ospedali, offrendo ai cittadini un punto di riferimento stabile per le cure primarie, la gestione delle malattie croniche e l’assistenza di prossimità. Senza un accordo vincolante per portarvi i medici di base, il rischio concreto era quello di inaugurare delle «scatole vuote», decretando il fallimento della più grande riforma territoriale degli ultimi decenni. Il cuore del problema, che ha tenuto sotto scacco il ministero della Salute e i governi regionali per lunghi mesi, risiede nella natura giuridica della medicina generale nel nostro Paese, dato che i medici di base non sono dipendenti pubblici tradizionali, bensì liberi professionisti convenzionati. Lo Stato non può disporre il loro trasferimento o modificarne l’orario con un semplice ordine di servizio, e ogni mutamento deve necessariamente passare attraverso la contrattazione collettiva nazionale, un terreno storicamente denso di veti incrociati.

Nello specifico, questo documento rappresenta la delibera ufficiale con cui le Regioni fissano i margini economici, le priorità assistenziali e i binari normativi entro cui i negoziatori pubblici dovranno muoversi per trattare con i sindacati. Non si tratta ancora del testo contrattuale definitivo, ma costituisce il mandato politico vincolante che stabilisce le regole d’ingaggio, senza il quale i tavoli delle trattative sarebbero rimasti giuridicamente bloccati. Senza questo documento condiviso, la colossale impalcatura della Missione sei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza avrebbe rischiato un clamoroso cortocircuito a pochissimi giorni dal traguardo finale. La svolta è arrivata grazie a un netto cambio di strategia politica, dato che il ministro della Salute, Orazio Schillaci, aveva inizialmente ipotizzato un decreto legge d’urgenza per imporre il personale, una strada che ha poi dovuto abbandonare a seguito delle dure polemiche e dell’ostruzionismo sollevato dai sindacati medici. La via dell’atto di indirizzo condiviso tra ministero e Regioni agisce invece come un atto ponte verso la firma della convenzione complessiva, ma possiede l’immediato pregio di dare una linea guida unica a livello nazionale. L’obiettivo dichiarato del governo è evitare che ogni regione proceda in totale autonomia, garantendo un’assistenza uniforme «da Nord a Sud, a prescindere dal codice postale», come specifica lo stesso Schillaci. La capillarità delle nuove strutture deve servire a colmare lo storico divario tra i grandi centri urbani e le aree interne o svantaggiate della penisola.

I prossimi giorni saranno inevitabilmente decisi. La palla passa ora alla Struttura interregionale sanitari convenzionati che dovrà condurre il confronto finale con le sigle sindacali Fimmg, Smi e Snami per stringere l’accordo definitivo entro la fine del mese. I margini di errore sono ridotti a zero, e come precisato dal sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, se le trattative dovessero fallire all’ultimo chilometro, l’ipotesi del decreto legge tornerebbe immediatamente sul tavolo. Il governo ha voluto mettere in chiaro che non sono ammessi passi falsi, e la minaccia del decreto d’urgenza resta sullo sfondo come ultima ratio per evitare pesanti sanzioni da Bruxelles. L’organizzazione pratica spetterà poi alle singole Aziende sanitarie locali, che dovranno calcolare il fabbisogno di medici e distribuire i turni in modo equo. L’obbligo delle 6 ore, per 48 settimane all’anno, si affiancherà, per chi ha già un contratto orario, alla copertura dei turni notturni e festivi se richiesto dall’azienda. Saranno i direttori generali delle aziende sanitarie a dover mappare le necessità dei propri distretti, distribuendo il carico di lavoro per non penalizzare l’attività ordinaria degli studi medici privati dei singoli professionisti. Anche i medici ospedalieri su base volontaria, i pediatri di famiglia, gli internisti e gli specialisti ambulatoriali hanno aperto alla possibilità di collaborare nelle Case di comunità. Il ministro Schillaci ha accolto con favore questo allargamento della platea, ventilando l’ipotesi di eliminare alcune delle storiche incompatibilità burocratiche che finora impedivano ai medici ospedalieri di operare sul territorio in orario extra lavorativo. Dal ministero filtra un diffuso ottimismo, poiché la base delle trattative c’è e ora si attende di vedere come verrà accolta dai sindacati di categoria.

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