
Cala il prezzo del petrolio in Borsa, ma lo Stretto di Hormuz viene chiuso di nuovo
Lo scenario di incertezza che avvolge lo Stretto di Hormuz non ha tardato a manifestarsi in tutta la sua complessità, trasformando l’entusiasmo iniziale per una possibile riapertura in una doccia fredda per i mercati globali. Non sono passate nemmeno 24 ore prima che la dinamica dello stop and go, ampiamente prevista dagli analisti più prudenti, diventasse la realtà quotidiana per le rotte petrolifere. Mentre alcune navi più agili sono riuscite a varcare lo stretto approfittando di una brevissima finestra temporale, il successivo annuncio di chiusura ha confermato che il controllo strategico del passaggio resta saldamente nelle mani di Teheran. Nonostante la pressione esercitata dagli Stati Uniti attraverso il blocco navale nel Golfo, l’Iran continua a dimostrare di poter dettare il ritmo della crisi, utilizzando lo stretto come un’arma di negoziazione fondamentale per la fase attuale del conflitto e per le trattative verso una risoluzione definitiva.
In questo braccio di ferro diplomatico e militare, è riemersa ufficialmente l’ombra di una richiesta che preoccupa non poco gli importatori internazionali: l’imposizione di un pedaggio per il transito delle navi. Sebbene il presidente Trump abbia ribadito con fermezza che l’amministrazione americana «non accetta ricatti», la realtà sul campo suggerisce che la strategia iraniana stia mirando a sfruttare ogni possibile leva economica. Gli osservatori sottolineano come il mercato stia reagendo con una nuova fiammata di volatilità, pur mantenendo un assetto di attesa prudente definito dagli esperti come wait and see. Si spera in una ripresa graduale dei flussi che potrebbe vedere la luce per metà nel mese di maggio, con il completamento delle operazioni previsto entro giugno. Tuttavia, questo scenario ottimistico di breve termine non deve trarre in inganno sulla reale portata del danno subito dalle infrastrutture del Medio Oriente.
Uno degli aspetti più critici dell’attuale congiuntura riguarda la divergenza tra i mercati finanziari e il mercato fisico del greggio. Mentre i contratti future sembrano riflettere un ottimismo di facciata, con il Wti statunitense e il Brent di Londra che si mantengono su livelli distanti dai picchi di marzo, il prezzo del barile consegnato realmente continua a subire rincari spaventosi. La discrepanza è evidente: si può pagare un barile 78 dollari in Kansas mentre lo stesso prodotto raggiunge i 210 dollari a Singapore o addirittura i 286 dollari in Sri Lanka, come evidenziato dagli analisti di Hsbc. Questa enorme forbice segnala un mercato in profonda sofferenza nel reperire carichi per la consegna immediata, evidenziando come il mondo reale stia ancora riflettendo quella che viene definita come una disruption delle rotte commerciali.
Anche ipotizzando una normalizzazione nel corso dell’estate, le ferite inferte al sistema energetico richiederanno molto tempo per rimarginarsi completamente. Secondo le proiezioni di Fatih Birol, alla guida dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, per un ritorno alla piena efficienza dei flussi dal Medio Oriente potrebbero essere necessari fino a due anni, considerati i danni alle infrastrutture. A preoccupare ulteriormente l’Unione Europea è il livello delle riserve di carburante, in particolare quelle destinate al settore del trasporto aereo. I dati recenti indicano che le scorte di jet fuel sono scese ben al di sotto della media degli ultimi anni, passando da un’autonomia di novanta giorni a una proiezione di appena quaranta o cinquanta giorni per il prossimo mese. Senza un ripristino costante dei rifornimenti, il rischio concreto è quello di vedere esaurite le riserve strategiche entro l’autunno, una prospettiva che obbliga le istituzioni a mantenere alta la guardia nonostante i timidi segnali di dialogo diplomatico.