Arrivo a Ciampino per Trentini e Burlò: liberi dopo 14 mesi in Venezuela

14/01/2026

L’attesa carica di tensione sulla pista dell’aeroporto di Ciampino si è sciolta in un pianto liberatorio quando le ruote del Gulfstream G600 dell’Aeronautica militare hanno toccato il suolo italiano. Erano le 8.40 del mattino e per Alberto Trentini e Mario Burlò quel momento ha segnato la parola fine a un incubo durato oltre 420 giorni. Le prime parole pronunciate dai protagonisti, quasi un soffio di sollievo udito tra i motori che si spegnevano, sono state «È finita, è finita». Per i due cittadini italiani, la permanenza forzata nelle carceri venezuelane senza un’accusa formale definita è stata un’agonia che sembrava non dover mai giungere al termine. Ad accoglierli c’erano le loro famiglie, pronte a donare quel primo abbraccio negato per 14 mesi, tra sorrisi e lacrime di gioia che hanno cancellato per un istante il ricordo delle celle infestate del carcere El Rodeo. Il primo a scendere le scalette dell’aereo decollato da Caracas è stato Trentini, visibilmente provato ma illuminato da un sorriso di rinascita. Ad attenderlo c’era la madre Armanda Colusso, che ha lottato instancabilmente per la sua libertà e che lo ha avvolto in un abbraccio infinito. Attraverso la legale Alessandra Ballerini, la famiglia ha espresso un sentimento profondo dichiarando che «Oggi siamo felicissimi, ma la nostra felicità ha un prezzo altissimo», aggiungendo che purtroppo «non si possono cancellare le sofferenze di questi interminabili 423 giorni». La necessità di intimità è stata tale che Alberto ha scelto di non tornare subito a Venezia, preferendo la tranquillità dei parenti vicino Treviso, sottolineando come «Da adesso in poi abbiamo bisogno di vivere giornate serene e costruttive per tentare di cancellare i brutti ricordi».

Poco distante, l’imprenditore torinese Mario Burlò ha ritrovato il calore dei suoi figli Gianna e Corrado. Dopo aver viaggiato sul jet militare insieme al capo dell’Aise Giovanni Caravelli, Burlò ha manifestato tutta la sua commozione affermando che «È una gioia immensa toccare la mia bella Italia». Il ricordo dei mesi trascorsi in Venezuela è ancora una ferita aperta, segnata da un timore costante per la propria incolumità fisica. «Avevo paura che ci avrebbero ammazzato. Paura di non rivedere i miei figli», ha confessato ai cronisti presenti. Il racconto delle condizioni detentive è stato crudo e privo di filtri, descrivendo un ambiente che lui stesso ha definito come un campo di concentramento. Burlò ha spiegato come i detenuti uscissero dalle celle «con la maschera come a Guantanamo e le manette», vivendo in spazi angusti di tre metri e mezzo per due, con una semplice latrina centrale e un tubo d’acqua per lavarsi. Ha parlato di una vera e propria tortura psicologica dovuta alla privazione del diritto di difesa e alla mancanza di contatti con i propri cari, arrivando a definire l’intera vicenda come un sequestro di persona. L’arresto era avvenuto nel novembre del 2024 con accuse pesantissime di cospirazione e terrorismo, scaturite paradossalmente dal suo ruolo pubblico di presidente dell’Unione nazionale imprenditori. «Mi dicono: lei è un politico che vuol fare saltare questo governo. Cospirazione, terrorismo, 30 anni di carcere», ha ricordato descrivendo l’assurdità delle contestazioni venezuelane che lo avevano colpito improvvisamente.

Ad assistere a queste scene toccanti c’erano anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, testimoni di un lungo lavoro diplomatico condotto sottotraccia per riportare a casa i connazionali. La premier si è congedata rapidamente per lasciare spazio all’intimità delle famiglie, ma non ha mancato di rivolgere un pensiero premuroso a Trentini: «Hai abbracciato mamma? È stata tanto in pensiero lo sai?». Tajani ha sottolineato come oltre agli aspetti politici, in queste vicende emergano prepotentemente quelli umani: «Rivedere due persone che possono essere finalmente vicine alle loro famiglie è qualcosa che ci riempe il cuore». L’attenzione del governo resta ora alta per gli altri 42 italiani ancora detenuti a Caracas, molti dei quali considerati prigionieri politici. Il vicepremier ha assicurato che «Lavoriamo per riportarli tutti a casa», affinché nessuno si senta solo fuori dai confini nazionali. Prima di ripartire verso la normalità, i protagonisti di questa vicenda hanno voluto ringraziare per la solidarietà ricevuta, elemento fondamentale per la loro salvezza durante la detenzione. Per Burlò si aprono ora capitoli legali anche in Italia, tra udienze preliminari per questioni tributarie e vecchie accuse ormai cadute in sede di Cassazione, ma la priorità assoluta per entrambi resta il recupero della serenità perduta, iniziando simbolicamente con un pranzo in famiglia in un ristorante romano, il primo dopo un tempo che sembrava non dover finire mai.

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