I finti poliziotti e una truffa da 3,5 milioni: arrestato un 22enne campano

10/06/2026

Hanno orchestrato una messinscena talmente sofisticata da farle credere di essere veri agenti della Polizia di Stato, contattandola sul telefono cellulare attraverso il classico metodo dello spoofing. Questa tecnica informatica ha indotto la vittima a ritenere che la chiamata provenisse realmente dal centralino della Questura di Roma, azzerando ogni iniziale sospetto. Successivamente, i malviventi hanno superato le ultime perplessità della donna inviandole dei falsi atti giudiziari, molto probabilmente generati tramite l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, nei quali la stessa figurava come indagata in un procedimento penale relativo a una rapina consumata in una gioielleria della capitale. Come ultimo tassello del piano, i truffatori hanno allontanato il marito dall’abitazione, spingendo l’uomo a recarsi presso un ufficio di polizia dove, ovviamente, ad attenderlo non c’era nessuno. Si tratta di una delle truffe che ha fruttato il rendimento più alto in assoluto agli autori del reato, con un bottino stimato in circa 3,5 milioni di euro tra gioielli, denaro contante, monete d’oro, valuta estera, orologi e altri preziosi di grande valore. A fare le spese di questo raggiro sono stati una donna italiana di 66 anni e il marito imprenditore, caduti nella rete di una banda di criminali lo scorso 21 aprile. L’esecutore materiale del colpo è stato individuato e arrestato con l’accusa di truffa aggravata, dopo essere stato rintracciato nel quartiere di Bagnoli grazie a un’impronta digitale sapientemente analizzata dagli esperti del Ris. Si tratta di Vincenzo Nacarlo, giovane classe 2004 con precedenti specifici alle spalle, il quale in sede di interrogatorio si è avvalso della facoltà di non rispondere, limitandosi a rilasciare spontanee dichiarazioni per dire di essere dispiaciuto e di aver agito spinto da un momento di difficoltà economica.

A incastrare definitivamente il giovane è stata un’impronta papillare lasciata sulla portiera della vettura della vittima al termine del raggiro. Le indagini sono scattate immediatamente la sera del ventidue aprile, subito dopo che la donna e il consorte, compresa la reale natura degli eventi, si sono presentati per sporgere regolare denuncia. All’individuazione del presunto responsabile hanno lavorato i carabinieri della Compagnia Parioli, i quali, operando in stretta sinergia con il Ris e successivamente con i militari della stazione di Bagnoli, sono riusciti a localizzare e bloccare il sospettato. Tutto ha avuto inizio nel pomeriggio del 21 aprile mentre la sessantaseienne si trovava all’interno della propria abitazione, situata nella zona residenziale della Camilluccia. La donna ha ricevuto prima una telefonata sull’utenza fissa di casa e, subito dopo, un secondo contatto sul proprio smartphone. Sullo schermo del telefono cellulare è apparso il numero 06 46861, una combinazione numerica che corrisponde effettivamente a quella in uso alla Questura capitolina, ma all’altro capo del filo non vi era alcun pubblico ufficiale. Si tratta della metodologia più diffusa in questo periodo da parte delle bande di truffatori, un attacco informatico che permette di mascherare la reale provenienza della chiamata falsificando l’utenza visualizzata sul display.

Il primo malfattore, incaricato di mantenere costantemente aperta la comunicazione telefonica con la vittima, ha prospettato alla signora uno scenario estremamente allarmante. L’interlocutore ha spiegato che la polizia la stava cercando poiché risultava formalmente indagata per una rapina in gioielleria, un reato che secondo la messinscena sarebbe stato commesso utilizzando l’automobile appartenuta al padre della donna, deceduto da qualche tempo. Alla 66enne è stato intimato di mantenere il più assoluto segreto sulla vicenda per non compromettere le indagini in corso, e di iniziare contemporaneamente a radunare tutti i gioielli e gli oggetti di valore presenti in casa. Questo passaggio, a detta del finto agente, si rendeva necessario poiché un perito nominato dal tribunale si sarebbe recato da lei da lì a poco per visionare i preziosi ed escludere che si trattasse della refurtiva sottratta nel negozio. In quel momento è entrato in azione il complice, identificato poi nell’uomo tratto in arresto, al quale la donna ha consegnato una scatola contenente diversi monili, 650 euro in contanti, 3000 dollari in valuta estera e 2500 franchi svizzeri.

La truffa è proseguita mentre il marito della donna, che stava facendo rientro a casa, veniva dirottato verso un falso appuntamento con le forze dell’ordine proprio nei pressi di via di San Vitale, storica sede della Questura. Nel frattempo la vittima è stata indotta a raggiungere un istituto di vigilanza privata presso il quale custodiva una cassetta di sicurezza. Dopo aver prelevato altro denaro, gioielli e preziosi, la donna ha riposto tutto dentro una borsa ed è risalita a bordo della propria autovettura. Poco dopo si è avvicinata al presunto perito che la stava attendendo in strada, il quale ha aperto lo sportello dal lato del passeggero, ha afferrato la borsa con la refurtiva ed è fuggito rapidamente. Solo in quel momento la signora ha compreso l’inganno, decidendo di sporgere denuncia il mattino successivo insieme al coniuge. Tra i primi accertamenti predisposti dall’Arma dei carabinieri vi sono stati i rilievi scientifici sul veicolo, che hanno permesso di isolare l’impronta del pollice destro sulla maniglia della portiera. Il confronto effettuato dai tecnici del Ris con il cartellino fotosegnaletico di Vincenzo Nacarlo ha evidenziato la corrispondenza di almeno venti minuzie uguali per forma e posizione, escludendo qualsiasi difformità. La vittima ha poi riconosciuto il giovane attraverso l’esame delle fotografie in caserma. L’indagato si trova ora in carcere, mentre proseguono le attività investigative per individuare i complici e tentare il recupero dell’ingente refurtiva.

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