Epidemia di Ebola, rientra a Roma per la quarantena un chirurgo italiano

28/05/2026

Il Ministero della Salute ha avviato le procedure necessarie per garantire il rientro controllato in Italia di una dottoressa italiana, un chirurgo che operava per conto dell’organizzazione Medici Senza Frontiere nel centro di salute di Salamat, situato a Bunia nella provincia dell’Ituri, all’interno della Repubblica Democratica del Congo. L’autorizzazione formale per il trasferimento aereo verso la capitale è stata già siglata e l’arrivo del medico è previsto nella giornata odierna. Nel corso della sua permanenza nell’area colpita dalla recente epidemia, la professionista sanitaria è entrata in contatto diretto con soggetti successivamente risultati positivi ai test diagnostici. In particolare, il 16 maggio scorso ha assistito alcuni pazienti infetti, mentre il 18 maggio ha eseguito un delicato intervento chirurgico salvavita d’urgenza su un bambino rimasto ferito a causa dell’esplosione di una granata, anch’egli considerato un caso sospetto di Ebola sebbene non ancora confermato ufficialmente dalle analisi di laboratorio.

Al momento del viaggio il medico non manifesta alcun sintomo riconducibile alla patologia, ma una volta sbarcata a Roma verrà immediatamente trasferita presso l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, dove sarà sottoposta a una sorveglianza attiva e al regime di quarantena precauzionale. Le autorità sanitarie nazionali hanno cercato di rassicurare l’opinione pubblica in merito ai rischi di una diffusione locale del contagio. Il Ministero della Salute ha infatti precisato attraverso una nota ufficiale che «non ci sono casi di Ebola al momento in Italia e che l’allarme è molto basso nel nostro Paese». La stessa istituzione ha poi aggiunto che «Il Ministero è attivo sin dal primo momento per tutte le attività di preparazione e sorveglianza e sta proseguendo il monitoraggio dell’evoluzione del quadro epidemiologico in raccordo con i territori e con le autorità sanitarie nazionali e locali».

Mentre l’Italia attiva i suoi protocolli difensivi, la situazione nel continente africano si fa drammatica, registrando oltre 1200 casi confermati e spingendo la vicina Uganda a disporre il blocco totale delle frontiere con il territorio congolese, nel tentativo di arginare una situazione definita come una collisione catastrofica tra la minaccia sanitaria e i conflitti bellici in corso. Il focolaio attuale è alimentato da una variante del virus nota come Bundibugyo, identificata per la prima volta nel 2007 nell’omonimo distretto ugandese. Questa variante desta enorme preoccupazione tra gli specialisti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità poiché, a differenza del più diffuso e studiato ceppo Zaire, non beneficia di vaccini approvati o di terapie farmacologiche specifiche, costringendo gli operatori a fare affidamento quasi esclusivamente sulle classiche misure di isolamento, sul tracciamento dei contatti e sul controllo delle sepolture rituali.

La provincia dell’Ituri, epicentro dei contagi nel nord-est del Congo, si presenta come una regione mineraria strategica e altamente vulnerabile, caratterizzata da forti tensioni militari, violenze croniche e massicci movimenti di sfollati che favoriscono la dispersione geografica del virus, il quale ha già raggiunto il grande centro urbano di Goma. Il monitoraggio epidemiologico sconta inoltre pesanti ritardi diagnostici e profonde resistenze culturali da parte della popolazione. Il ministro della Salute congolese Samuel-Roger Kamba ha spiegato che molte comunità locali tendono ad attribuire i primi sintomi della malattia, come febbre alta e dolori muscolari, a pratiche di stregoneria o a mali mistici, inducendo le famiglie a cercare l’aiuto di guaritori tradizionali o centri religiosi piuttosto che delle strutture ospedaliere, amplificando così la catena di trasmissione. Di fronte a questa emergenza, anche l’Unicef ha espresso un forte allarme per la tutela dei minori e delle comunità vulnerabili, provvedendo all’invio di 50 tonnellate di aiuti umanitari a Bunia per distribuire dispositivi di protezione, disinfettanti e sistemi per la potabilizzazione delle acque.

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